Spiritualità


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si può tentare di dire ciò che non è. Ed è ciò che fa Eriugena.

Ora, non voglio portare questo thread fuori tema (magari se ne apre un altro), ma se qualcuno dice che "Dio è non conoscibile" e la si considera una verità, allora mi sembra un paradosso affermare qualsiasi cosa, sia positiva che negativa (anche perché dire cosa "non è Dio" è comunque una affermazione).

Gastardo sarà probabilmente indulgente, dunque credo si possa leggermente andare OT. Rilevi in Eriugena un paradosso. Se vi sia o meno qui non discuto; faccio solo rilevare che, anche se vi fosse, non necessariamente un paradosso enuncia una falsità; cosa che invece avviene senza dubbio con l’assurdità. Infatti, curiosamente non ti avvedi di una fallacia veramente ciclopica che mi hai appena postato. "...anche perché dire cosa "non è Dio" è comunque una affermazione...", che, più che un paradosso, come dicevo, è una patente assurdità; giacché, stando a quello che hai scritto, affermare un'affermazione equivale ad affermare una negazione. Ma anche prescindendo del tutto da questo, dimmi, cosa afferma Eriugena di Dio? Il verbo affermare è transitivo, e regge pertanto un complemento oggetto o una proposizione dichiarativa. Quale sarebbe l’oggetto dell’affermazione di Eriugena? Provo ad anticipare la tua risposta; l’oggetto sarebbe la proposizione stessa “Dio non conosce se stesso, non conosce ciò che è perché non è un che; in un certo modo, Egli è incomprensibile a se stesso e ad ogni intelletto “ giusto? Bene, ma cosa afferma Eriugena di Dio o su Dio, in questa proposizione? Afferma che “non” per tre volte, più l’”in” privativo (e dunque negativo) di incomprensibile. Cosa afferma di positivo? O affermare una negazione equivale ad affermare un’affermazione?

Inoltre, ti avevo chiesto come fai a sapere le cose che sai, visto che hai chiesto a me come fa Eriugena a sapere quello che sa. Io ti rimarrei davvero in debito se mi rispondessi, giacché, per quanto mi sia sforzato, io non ho mai capito come faccio a sapere le cose che so. Certo, ho letto dei libri, ho parlato con persone, ho pensato… Tu sai come fai a pensare? Ok, magari un neurologo geniale ci potrebbe spiegare come funziona il cervello mentre si pensa, ci potrebbe mostrare una quantità di immagini Pet, o altre diavolerie. Ma scusa, questo non sarebbe esattamente come leggere, o parlare, o … pensare… Mentre guardi le Pet, e mentre ascolti le illuminate parole del neurologo, o mentre ti concentri sui suoi scritti, continui a pensare; ed esattamente stai cercando di pensare i pensieri del neurologo. Pensi il pensare; è questo che stai facendo. Bene, ma come fai?

Io non lo so.

p.s.

Inoltre-bis: non dobbiamo mai scordare che pensiero e linguaggio non riproducono il reale, ma rispecchiano di esso solo ciò che è stato ridotto a simbolo. In una parola, traducono il reale una volta che lo si è sezionato entro i confini delimitati dalle classi. Ma questa operazione di astrazione non ci dà il mondo reale, più di quanto pensare o scrivere la parola “acqua” ci possa dissetare. L’illusione primaria consiste nello scambiare la classificazione con la cosa classificata, e poi di imprestare la trama delle nostre astrazioni al mondo reale. Partendo da questa allucinazione, l’uomo occidentale ha finito per credere che se una cosa non può essere misurata, circoscritta dentro il recinto di una forma simbolica, quella cosa non esiste. Una singolare forma di pazzia.

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Un esempio di filosofia sopraffina, J-J, quanto al rigore argomentativo, è l’odierna corrente denominata “filosofia analitica”, soprattutto quella di area anglosassone. Il suo merito è di aver creato

Meglio tenersi il dubbio: http://www.youtube.com/watch?v=A4pVVP16GZo

Sono contento che bmare abbia compreso l’errore capitale che nasce da ogni hybris: fondare il Senso sull’uomo e non su Dio. Una volta fatto questo, il destino è segnato. Fu quello di Prometeo, ed è il

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Inoltre-bis: non dobbiamo mai scordare che pensiero e linguaggio non riproducono il reale, ma rispecchiano di esso solo ciò che è stato ridotto a simbolo. In una parola, traducono il reale una volta che lo si è sezionato entro i confini delimitati dalle classi. Ma questa operazione di astrazione non ci dà il mondo reale, più di quanto pensare o scrivere la parola “acqua” ci possa dissetare. L’illusione primaria consiste nello scambiare la classificazione con la cosa classificata, e poi di imprestare la trama delle nostre astrazioni al mondo reale. Partendo da questa allucinazione, l’uomo occidentale ha finito per credere che se una cosa non può essere misurata, circoscritta dentro il recinto di una forma simbolica, quella cosa non esiste. Una singolare forma di pazzia.

Se fosse possibile "togliere" la riduzione a simbolo, il pensiero sarebbe libero di creare la realtà invece di darne solo un'immagine da rappresentare per la mente? La mente che imbriglia il pensiero con i simboli rendendoci schiavi di una falsa immagine del pensiero?

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“Se fosse possibile "togliere" la riduzione a simbolo, il pensiero sarebbe libero di creare la realtà invece di darne solo un'immagine da rappresentare per la mente? La mente che imbriglia il pensiero con i simboli rendendoci schiavi di una falsa immagine del pensiero?”

E come si fa a pensare in forma non simbolica, se il pensiero stesso è l’astrazione mentale delle cose, per mezzo del simbolo? Il pensiero, oltretutto, è un mezzo di conoscenza, non la conoscenza stessa I pensieri sono parole silenziose, e le parole sono simboli che rimandano a cose, o processi. L’immensa voragine aperta da Cartesio col suo “Cogito ergo sum” sta precisamente in questo. La verità è l’esatto contrario!! Come si può pensare, se non si è? Cosa viene prima, sia nell’ordine logico che in quello cronologico, l’essere o il pensare? Come potrebbe pensare un ente inesistente? Dunque, è “Sum, ergo cogito”.

Altro punto; pensare ed immaginare sono cose diverse, sebbene l’attività cognitiva possa affiancare le immagini al pensiero. Per finire; il pensiero, di per sé, è una facoltà neutra, né buona né cattiva; è la sua ipertrofia a generare effetti catastrofici. E' vero o non è vero che non riusciamo a smettere di pensare? Qualcuno riesce ad arrestare l'interminabile rumore nella propria testa? Si dà del pazzo a chi parla da solo; ma che differenza c'è tra le parole pubbliche e sonore e le parole private e silenziose? Qualcuno me lo spiega?

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E' vero o non è vero che non riusciamo a smettere di pensare? Qualcuno riesce ad arrestare l'interminabile rumore nella propria testa? Si dà del pazzo a chi parla da solo; ma che differenza c'è tra le parole pubbliche e sonore e le parole private e silenziose? Qualcuno me lo spiega?

Credo ci abbia provato Castaneda quando scrive a proposito del "non fare", concetto spesso frainteso.

Adesso mi darai del matto. Il "non fare" che non è solo silenzio porta a uno stato fisico particolare. In questo stato succede qualcosa. Ma non è un qualcosa che decidi tu che succeda, semplicemente succede se è arrivato il momento giusto perchè possa succedere. E quando succede ne fai esperienza e lo puoi controllare con la pratica dell'autoosservazione. E per ognuno è diverso, per quello non si può standardizzare. Ma non è giocare a fare Dio. È un dono di Dio. È una cosa naturale e spontanea se vissuta senza aspettativa a parte la conoscenza di sè e l'amore verso gli altri (diventare una PICCOLA matita di Dio). Non è una cosa demoniaca. Tuttaltro è divinamente la cosa più meravigliosa che possa capitare. È un pò come accedere a una wikipedia animica, basta fare le domande e le risposte arrivano, ma non solo come pensieri, spesso come situazioni e persone (specchi esseni). È molto più della "legge di attrazione", è come avere il privilegio di conoscere il disegno divino del nostro creatore (non dell'Anunnaki, ma di quello che ha creato anche lui).

Se vuoi approfondisco. Se invece lo ritieni niueggiano, come non detto, non è il mio obiettivo convincerti, desidero solo offrirti con la mia modesta esperienza l'opportunità di vedere una luce, una possibilità (parafrasando Pistis Sophia), che non è una falsa luce (quella falsa è quella dei pensieri della mente, non dei "non pensieri" del cuore). Non mi vengono al momento altre parole per spiegarlo. Spero sia comprensibile.

Se ti dicessi che ho scoperto da poco chi ero nella mia vita precedente mi prenderesti per matto vero?

Ma non è avvenuto con uno sforzo, semplicemente è successo.

E sento di poter andare a ritroso finche voglio se davvero lo desidero col cuore e NON con la mente.

Il "pensiero" del "non fare" crea la realtà e se vuoi ti fa anche andare in moto bendato senza sbattere, solo che farlo da subito è impensabile. Sarebbe come fare il passo più lungo della gamba e poi alla fine quand'anche ti sentissi in grado di farlo non sprecheresti la tua energia per una cosa del genere. Troveresti di meglio che sprecare così banalmente le potenzialità che Dio stesso ti offre nella brevità dell'esistenza.

Edited by bmare
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Aggiungo un paio di cose per "chiarezza". Quella sorta di incredibile wikipedia che diventa accessibile spontaneamente e progressivamente è come un torrente in piena. Una specie di turbo "quantico". Ma è filtrato dal background individuale. Per questo su tematiche spirituali le esperienze come le interpretazioni sono sempre leggermente diverse seppur ispirate e ancorate da/su basi comuni. È inevitabilmente soggettivo. E con questo dove voglio andare a parare?

Con il tuo incredibile background culturale hai la possibilità di "non vedere" cose e fare collegamenti di portata così elevata da superare in blocco i filosofi greci (e non solo) e donare all'umanità perle di conoscenza necessarie alla sua evoluzione "non egoico-mentale" ma umana.

Come? Mi è venuto in mente questo esempio. Poco tempo fa per osservare la natura ho comprato un binocolo tascabile. Sapevo che era "inutile" ma l'ho preso ugualmente (per appagare il mio ego mentale che è abituato così, è la sua linea di minor resistenza, il suo stato di comfort). Il binocolo è la mente/ego e la scienza il suo "unico" strumento. Non è l'unico, è l'"ultimo e il primo" strumento del cuore/spirito (o coscienza pura). Ma, l'ego (il demone o spirito di opposizione) non va eliminato, ci ha permesso di sopravvivere nei secoli (nelle reincarnazioni). Va rassicurato, abbracciato, amato e alla fine allenterà la presa e da "cuneo" si perderà a 360° nel "tutto", nell'amore infinito di Dio, spontaneamente. E' la resurrezione cristica che dalla 13a arriva alla 14a stazione, diventi Maria che ri-entra nel regno dei cieli.

Edited by bmare
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Questo per smorzare i toni e ridere un pò, che fa buon sangue :P

p.s.: non uso droghe e non mi faccio le canne (e mai mi ci sono addentrato) ma conosco una marea di gente che lo fa (di tutte le età), al massimo una bella birra in compagnia (il vino ultimamente non riesco più a berlo, al massimo un bicchiere, a parte forse quello moldavo fatto in casa, ma qui non si trova facilmente).

Edited by bmare
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Questo non è il "non-fare", anzi, ma per assurdo può dare antiteticamente un'idea dell'accidioso auto sabotaggio della mente con le sue personalità (col pensiero associativo=chiacchiera fuori controllo).

85euro = 8+5=13 (meglio che non attacchi con la numerologia). :P

La maglietta di ghostbusters. I dettagli sono simboli ben precisi.

I Puffi blu magari vi ricordano qualcosa? le personalità dell'ego? gargamella (nero) la mente fuori controllo, la puffetta bionda (oro) la coscienza, grande puffo la ragion pura (rosso) in equilibrio, che guida le personalità allo sbando... etc

Edited by bmare
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Bmare ha introdotto il tema della reincarnazione. Premetto due purtroppo:

questo è uno dei miei ultimi post, almeno per questo giro, e pertanto non ho modo neppure per porre le basi per una sua trattazione, che per quanto sintetica, necessiterebbe comunque di una lunga serie di preamboli e chiarimenti.

Il secondo purtroppo si riferisce alla delusione che mi trovo costretto a dare a bmare; giacché la cosiddetta reincarnazione, almeno per come comunemente intesa, non ha alcuna possibilità di essere alcunché di reale.

Faccio alcuni brevi commenti al suo terzultimo post.

Castaneda non è un Maestro; i resoconti dei suoi contatti con lo sciamanesimo centroamericano mischiano materiale interessante con altro del tutto spurio, e il pericolo sta proprio in questo mescolamento. Quanto lui riferisce del regime rituale col peyote, la psilocybe, e altro, non mi dà alcuno scandalo; queste sostanze sono note da sempre,e conosciute alla perfezione persino nella nostra area culturale, segnatamente nel filone ermetico-alchemico, come “acque corrosive”. L’interesse che tali sostanze hanno suscitato presso gli occidentali, da una quarantina di anni a questa parte, ultima l’ayahuasca, ha creato una quantità di squinternati e fuori di testa (cosa di cui non si sentiva proprio la necessità).

Quanto al “non fare”, non si aspettava Castaneda, né il suo Don Juan, per apprenderne. Il “Wu Wei”, che si potrebbe rendere come “agire senza agire”, o forse ancora meglio “agire vuoti di ego”, è uno dei pilastri del Taoismo, e trova presso questa straordinaria Via Spirituale la sua collocazione e il suo orizzonte. Appiccicare un po’ di questo e un po’ di quello, come finisce per fare Castaneda, anziché portare chiarezza, ingenera confusione. Oltretutto, l’uso delle “acque corrosive”, oggi chiamate psichedelici maggiori, in assenza di speciali qualificazioni individuali, e della presenza di una guida espertissima, può far rimpiangere di non essere semplicemente impazziti. Il Cielo non ama gli avventurieri.

Reincarnazione. Nessuna delle cose che potresti raccontarmi, bmare, potrebbe farmi sgranare gli occhi, lasciarmi sorpreso, o strabiliato. Salvo le impossibilità di principio (cose come cerchi quadrati, o che le tasse siano un bene, o la reincarnazione) tutto ciò che è possibile può manifestarsi a suo modo e a suo tempo. Ovviamente, non ignoro che esistono talune esperienze psichiche, legate alla sfera della memoria (accessibili per via ipnotica, per mezzo di droghe, o che talvolta affiorano anche spontaneamente) che possono far pensare a ciò che si chiama reincarnazione. Questi fenomeni esistono, lo so perfettamente, ciò che è del tutto errata e la loro interpretazione. Mi rincresce non poter trattare questo tema col taglio analitico che meriterebbe; magari in altra occasione. Qui, tuttavia, posso fornire tutto il materiale sufficiente per venirne a capo. Allego un estratto di un prezioso testo di un eminentissimo autore, Ananda Kentish Coomaraswami, (uomo di sterminata cultura, parlava una quindicina di lingue, e disponeva di una incomparabile conoscenza dell’Occidente e dell’Oriente) “Sapienza orientale e cultura occidentale”. In stringatissima sintesi, si inquadra la questione reincarnazione nella sola prospettiva possibile. Allego anche due link, dove si può trovare del materiale qualificato e interessante.

Forse ancora più interessante è la posizione di Guènon sulla nostra questione; il grande francese ne tratta nel sesto capitolo della sua davvero illuminante opera “ Errore dello spiritismo”; potrei postarlo per intero; ma, data la corposità, attendo l’autorizzazione di Gastardo o di uno dei vigilantes.

Spero che tutto questo torni utile.

Ecco il testo:

“I cosiddetti conflitti tra religione e scienza derivano per la maggior parte da reciproca incomprensione dei rispettivi termini e sfere d'azione. Cominciando da queste ultime: l'una si interessa al perché delle cose, l'altra al come; l'una a cose impalpabili, l'altra a cose che possono essere misurate, sia direttamente sia indirettamente. Ma più importante è la questione dei termini. A prima vista, l'idea di una creazione completa "fin dall'inizio" sembra opporsi alla origine -constatata - delle specie in tempi successivi. Ma "en archè", "in principio", non significa soltanto "all'inizio" in senso temporale, bensì anche "in principio", cioè in una sorgente ultima, logicamente più che cronologicamente precedente a tutte le cause seconde, né anteriore né posteriore al supposto inizio del loro operare. Come dice Dante, "né prima né poscia procedette / lo discorrer di Dio sovra quest' acque" ; o, come dice Filone: "In quel tempo, tutte le cose furono presenti in maniera simultanea.... ma lo scrittore fu costretto a esprimersi con passaggi successivi a causa del loro susseguente generarsi l'una dall'altra"; e Behmen: "Si ebbe un inizio senza fine". Come dice Aristotele, "le cose eterne non sono nel tempo". L'esistenza di Dio, perciò, è l' "ora", l'eterno "ora" che separa la durata passata da quella futura ma che durata non è, neppur breve. Perciò, come dice Meister Eckhart, "Dio crea il mondo tutto intero "ora", in questo istante". Inoltre, non passa tempo, neppur breve, senza che ogni cosa sia cambiata; "pánta rei", "tu non puoi bagnare il tuo piede due volte nella stessa acqua". Cosicché, anche secondo Jalalu'd-Din Rumi, "a ogni istante tu muori e resusciti... Maometto ha detto che questo mondo non è che un attimo... A ogni istante il mondo è rinnovato, la vita arriva sempre nuova, come l'acqua del ruscello... L'inizio, che è pensiero, si realizza nell'azione; sappi che in questa guisa fu la costruzione del mondo nell'eternità". A questo punto lo studioso della natura non ha obiezioni da sollevare; egli può certo precisare che il suo interesse si limita all'operare delle cause mediate, senza arrivare a porsi la questione di una causa prima o a domandarsi che cosa sia la vita; ma ciò equivale semplicemente a definire il campo che si è scelto: l' "Ego" è il solo contenuto del "Se stesso" che si possa conoscere oggettivamente, e perciò egli sceglie di considerare soltanto l' "Ego": il suo interesse si limita al comportamento. L'osservazione empirica si svolge sempre su entità che mutano, cioè su entità individuali o gruppi di entità individuali, delle quali – tutti i filosofi ne concordano - non si può dire che "sono" ma solamente che "diventano" e si "evolvono". Il fisiologo, per esempio, prende in esame il corpo; lo psicologo lo spirito o la personalità. Quest' ultimo è perfettamente consapevole che la fissità della personalità è solo un postulato, conveniente e perfino necessario ai fini della pratica, ma intellettualmente insostenibile; e a questo riguardo egli è perfettamente in linea con il buddismo, il quale non cessa di sottolineare che il corpo e l'anima - compositi e mutevoli, e perciò del tutto mortali - "non sono il mio Io" né la Realtà che deve essere conosciuta se vogliamo "diventare ciò che siamo". Anche sant'Agostino lo rileva: chi ha visto che corpo e anima sono entrambi mutevoli è partito alla ricerca di ciò che mutevole non è, e ha finito col trovare Dio, quell'Uno del quale le "Upanishad" affermano: "Quello sei tu". La "teologia perciò, coincidendo in questo con l'autologia", prescinde da tutto ciò che è emozionale per considerare soltanto ciò che non cambia: "Mutazione e decadimento in tutto ciò che vedo intorno a me, o Tu che non muti!". La teologia trova l'immutabile in quell'eterno "ora" che sempre separa il passato dal futuro e senza il quale questi due termini accoppiati non avrebbero significato alcuno, così come lo spazio non avrebbe significato se non esistesse il punto che distingue il "qui" dal "là". Istante senza durata, punto senza estensione: ecco la Sezione Aurea, l'inconcepibile Via Stretta che conduce fuori del tempo e introduce nell'eternità, dalla morte all'immortalità. La nostra esperienza della "vita" è un divenire, un'evoluzione: ma "che cosa" si evolve? Evoluzione significa reincarnazione, morte di uno e rinascita di un altro in istantanea continuità; "chi" si reincarna? La metafisica prescinde dalla proposizione animistica di Cartesio: "Cogito ergo sum", per enunciare: "Cogito ergo est"; e alla domanda: "Quid est?", risponde che questa è domanda impropria, perché il suo soggetto non è una entità fra le altre ma la "quiddità" o essenza di queste entità e di tutte quelle che esse non sono. La reincarnazione - intesa comunemente come ritorno di anime individuali in altri corpi qui sulla terra - non è una dottrina indiana ortodossa ma soltanto una credenza popolare. Così, per esempio, come rileva B.C. Law, "è ovvio che un pensatore buddista rifugga dall'idea del passaggio di un "ego" da una incarnazione all'altra". Noi ci allineiamo con Shri Shankaracarya quando afferma: "In verità, all'infuori del Signore, non v'è alcun altro che trasmigri", quel Signore che è trascendentalmente se stesso e nello stesso tempo il Se stesso immanente di tutti gli esseri, senza mai divenire qualcuno Egli stesso. (In appoggio a questa affermazione si potrebbero citare molti testi autorevoli dai "Veda" e dalle "Upanishad".) Quando perciò sentiamo Shri Krishna dire ad Arjuna, e il Buddha ai suoi Mendicanti: "Lunga è la via che abbiamo percorso, e molte sono le nascite che tu e io abbiamo conosciuto", non dobbiamo pensare a una pluralità di essenze ma all'Uomo Universale che è in ciascun uomo; quest'Uomo Universale nella maggior parte degli individui ha perso di vista se stesso, ma nei risvegliati ha raggiunto il termine del cammino, e avendo provato a sufficienza tutto ciò che muta, non è più del tempo, non è più qualcuno, non è più uno cui ci si possa rivolgere chiamandolo per nome. Il Signore è l'unico trasmigrante. Questo sei tu: il vero Uomo in ogni uomo. Così dice Blake: "L'uomo guarda all'albero, all'erba, al pesce, alla bestia, raccogliendo le parti sparpagliate del suo corpo immortale... Dovunque cresce un'erba e spunta una foglia, si scorge, si ode, si percepisce l'Uomo Eterno, con tutte le sue sofferenze, finché egli ritrovi la sua antica beatitudine"; Manikka Vachagar: "Erba, arbusto ero io, bruco, albero, tutto un miscuglio di bestia, uccello, serpente, pietra, uomo, demonio... Nato in ogni specie, Gran Signore! in questo giorno ho meritato la mia liberazione" ; Ovidio:" Lo spirito vaga, gira di qui e di là, e occupa qualunque spazio gli piaccia. Dagli animali passa ai corpi umani, e dai nostri corpi nelle bestie, senza mai esaurirsi"; Taliessin: "Io ero sotto molte forme diverse prima che fossi disincantato: ero l'eroe in difficoltà, sono vecchio e sono giovane ";Empedocle:" Prima d'ora io sono nato ragazzo e fanciulla, cespuglio e uccello, e pesce muto che guizza fuori del mare";

Jalalu'd-Din Rumi: "Dapprima egli venne dal regno dell'inorganico, dimorò per lunghi anni nello stato vegetale, passò alla condizione animale, poi di qui all'umanità: da questa, resta da compiere ancora un'altra migrazione"; "Aitareya Aranyaka": "Colui che sempre più chiaramente conosce l'Io è sempre più manifestato. In tutte le piante e alberi e animali che esistono egli ravvisa l'Io sempre più chiaramente manifestato. Nelle piante e negli alberi infatti, si vede soltanto il plasma, ma negli animali si ravvisa l'intelligenza. In essi l'Io si fa sempre più evidente. Nell'uomo, poi, l'Io è ancor più evidente perché egli è più dotato di previdenza, esprime ciò di cui è venuto a conoscenza, vede ciò di cui è venuto a conoscenza, egli conosce il domani, sa che cosa è e che cosa non è mondano, e attraverso il mortale persegue l'immortale. Quanto agli altri, cioè agli animali, fame e sete sono il grado della loro discriminazione". Riassumendo con le parole di Faridu'd-Din 'Attar: "Pellegrino pellegrinaggio e strada, altro non era il mio Io verso Me stesso". Questa è la dottrina tradizionale della "reincarnazione", non nel senso popolare e animistico, ma intesa come trasmigrazione ed evoluzione della "Natura sempre feconda"; un simile concetto di trasmigrazione non è affatto in conflitto né esclude la realtà del processo di evoluzione quale è previsto dai moderni studiosi della natura. Al contrario, è precisamente la conclusione cui perviene per esempio Erwin Schrödinger nelle sue indagini sull'ereditarietà. Nel capitolo conclusivo, "Determinismo e volontà libera", del suo libro "What is life?" egli afferma: "La sola conclusione possibile... è che Io nel significato più vasto del termine - cioè intendendo con 'Io ogni spirito consapevole che non abbia mai detto o sentito 'Io' – sono la persona, se questa esiste, che controlla 'il movimento degli atomi 'conforme alle Leggi della Natura... 'Coscienza' è parola singolare, della quale non si conosce il plurale". Lo Schrödinger sa perfettamente che questa è la concezione enunciata nelle "Upanishad",e più succintamente nelle formule: "Quello sei tu... all'infuori del Quale non è altri che vada, oda, pensi o agisca". Cito lo Schrödinger non perché io ritengo che la verità delle dottrine tradizionali possa essere provata con metodi di laboratorio, ma perché la sua posizione illustra molto bene il punto principale della mia esposizione, cioè che tra scienza e religione non esiste conflitto inevitabile ma solo la possibilità di confondere i campi rispettivi; trovo inoltre la conferma che per l'uomo che ha realizzato l'integrazione dell' "Ego" con il Sé non esiste barriera insormontabile tra il campo della scienza e quello della religione. Lo scienziato che studia la natura e il metafisico possono coesistere nella stessa persona, senza bisogno di tradire da una parte l'obiettività scientifica e dall'altra i principi”.

http://evropanazione.files.wordpress.com/2012/01/ananda-k-coomaraswamy-induismo-e-buddismo.pdf

http://www.superzeko.net/dialogo/DialogoConLicioZulianiSuGuenonGurdjieffEVarieAltreQuestioni.html

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Rilevi in Eriugena un paradosso. Se vi sia o meno qui non discuto; faccio solo rilevare che, anche se vi fosse, non necessariamente un paradosso enuncia una falsità;

Bé il punto è proprio che probabilmente il monaco ha enunciato qualcosa di paradossale che non è una falsità (come dici) ma non può essere nemmeno una verità. Potremmo approfondire sulle conseguenze di affermare che qualcosa è inconoscibile ma forse serve davvero un alto post.

cosa che invece avviene senza dubbio con lassurdità. Infatti, curiosamente non ti avvedi di una fallacia veramente ciclopica che mi hai appena postato. "...anche perché dire cosa "non è Dio" è comunque una affermazione...", che, più che un paradosso, come dicevo, è una patente assurdità; giacché, stando a quello che hai scritto, affermare un'affermazione equivale ad affermare una negazione. Ma anche prescindendo del tutto da questo, dimmi, cosa afferma Eriugena di Dio? Il verbo affermare è transitivo, e regge pertanto un complemento oggetto o una proposizione dichiarativa. Quale sarebbe loggetto dellaffermazione di Eriugena? Provo ad anticipare la tua risposta; loggetto sarebbe la proposizione stessa Dio non conosce se stesso, non conosce ciò che è perché non è un che; in un certo modo, Egli è incomprensibile a se stesso e ad ogni intelletto giusto? Bene, ma cosa afferma Eriugena di Dio o su Dio, in questa proposizione? Afferma che non per tre volte, più lin privativo (e dunque negativo) di incomprensibile. Cosa afferma di positivo? O affermare una negazione equivale ad affermare unaffermazione?

Affermare significa asserire (etimologicamente dal latino: "fermare" un concetto).

La negazione è un'operazione logica che inverte il significato di una affermazione (o asserzione o proposizione).

Posso benissimo affermare che "non piove" la cui negazione è "piove" quindi l'uso del "non" è solo un dettaglio interno all'affermazione che può benissimo negare qualcosa.

In questo senso dicevo che anche una negazione (cioè un'asserzione che usa "non") è una affermazione (cioè una asserzione di qualcosa, positivo o negativo che sia).

Inoltre, ti avevo chiesto come fai a sapere le cose che sai, visto che hai chiesto a me come fa Eriugena a sapere quello che sa. Io ti rimarrei davvero in debito se mi rispondessi, giacché, per quanto mi sia sforzato, io non ho mai capito come faccio a sapere le cose che so. Certo, ho letto dei libri, ho parlato con persone, ho pensato Tu sai come fai a pensare? Ok, magari un neurologo geniale ci potrebbe spiegare come funziona il cervello mentre si pensa, ci potrebbe mostrare una quantità di immagini Pet, o altre diavolerie. Ma scusa, questo non sarebbe esattamente come leggere, o parlare, o pensare Mentre guardi le Pet, e mentre ascolti le illuminate parole del neurologo, o mentre ti concentri sui suoi scritti, continui a pensare; ed esattamente stai cercando di pensare i pensieri del neurologo. Pensi il pensare; è questo che stai facendo. Bene, ma come fai?

Io non lo so.

Come te non ho le risposte a queste domande, potremmo solo fare ipotesi, ma il senso della mia domanda "come fa lui a saperlo?" non era diretto a scoprire come abbia fatto a scrivere quello che ha scritto (che ripeto, temo sia contraddittorio) ma a sottolineare il paradosso di qualcuno che asserisce (quindi sa o pensa di sapere) che qualcos'altro è inconoscibile, cioè che nessuno (anche lui) potrà mai sapere. Si nota meglio ora il cane che si morde la coda?

Inoltre-bis: non dobbiamo mai scordare che pensiero e linguaggio non riproducono il reale, ma rispecchiano di esso solo ciò che è stato ridotto a simbolo. In una parola, traducono il reale una volta che lo si è sezionato entro i confini delimitati dalle classi. Ma questa operazione di astrazione non ci dà il mondo reale, più di quanto pensare o scrivere la parola acqua ci possa dissetare. Lillusione primaria consiste nello scambiare la classificazione con la cosa classificata, e poi di imprestare la trama delle nostre astrazioni al mondo reale. Partendo da questa allucinazione, luomo occidentale ha finito per credere che se una cosa non può essere misurata, circoscritta dentro il recinto di una forma simbolica, quella cosa non esiste. Una singolare forma di pazzia.

Quello che scrivi riguardo al linguaggio è corretto ma considera che (almeno per ora) abbiamo solo quello per ragionare e scambiarci informazioni, cioè rappresentare il nostro pensiero, ecco perché va usato con cognizione di causa.

Riguardo alla "misura" delle cose e la loro esistenza, mi piacerebbe approfondire (qui o in altro post) perché la solita affermazione del monaco credo che possa rientrare nella forma di pazzia che citi (ammesso che sia pazzia).

PS: hai scritto che forse mancherai per un po' dal forum: spero di rileggerti presto.

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I Puffi blu magari vi ricordano qualcosa?

Onestamente no.

Forse i bambini indaco?

In realtà mi riferivo più alla simbologia archetipico-psicologica sottostante ma la tua intuizione è molto interessante (e credo molto calzante).

Gli indaco (secondo me) sono gli spiriti dei bambini della ronda (o catena) evolutiva precedente che sono stati in "stand by" e adesso stanno incarnando.

Questa potrebbe esserne una prova: http://www.mednat.org/misteri/bambino_marte.htm

Le epoche evolutive della Terra vengono suddivise in Globi, Ronde e Catene e sono contraddistinte da forme di vita che gradualmente si densificano fino a raggiungere lo stato fisico attuale, per poi ritornare gradualmente a forme sempre più sottili. Il Globo è una forma planetaria costituita - in progressione - da: 1. calore, 2. calore + gas, 3. calore + gas + liquidi, 4. calore + gas + liquidi + solidi per poi invertirsi. L'onda di vita passa quindi da un Globo all'altro in 7 cicli di milioni di anni (Ronde), che a loro volta si ripetono per 7 volte (Catene), ulteriormente ripetute per 7 (1 Ronda = 7 Globi / 1 Catena = 7 Ronde = 49 Globi / 1 Schema Evolutivo completo = 7 Catene = 49 Ronde = 343 Globi).

I 7 globi sono definiti come: Saturno, Sole, Luna, Terra (l'attuale), Giove, Venere, Vulcano, mentre le 7 epoche relative al Globo attuale sono le seguenti: Polare, Iperborea, Lemurica, Atlantidea che fanno parte del nostro passato, poi c'è l'attuale epoca Ariana e altre due future ancora senza nome. Nell'ambito dell'epoca Ariana (o post-Atlantica) che stiamo vivendo ci sono poi 7 ulteriori suddivisioni: 1) un periodo iniziale guidato da un'antichissima civiltà dell'India, 2) periodo Persiano, 3) periodo Egizio-Caldaico, 4) periodo Greco-Romano , 5) periodo attuale Anglo-Sassone a cui seguiranno due periodi futuri (il prossimo sembra di matrice Russo-Slava) che concluderanno l'epoca Ariana. Per riassumere sinteticamente, attualmente ci troviamo dunque nel quarto Globo (Terra), quinta epoca (Ariana) e quinto periodo di civiltà (Anglo-Sassone).

Alle 7 grandi epoche contenute in ogni ciclo di Globo corrispondono quelle che la Teosofia chiama Razze-Radice o Razze-Madri: la prima Razza-Radice, detta Polare in quanto localizzata per lo più ai poli, aveva una forma umana astrale-eterica non ancora discesa sul piano fisico, di natura filamentosa, asessuata, fluttuante nell'atmosfera densa e ribollente della Terra ancora in via di solidificazione. Nella seconda epoca, Iperborea, convivevano due forme umane: una simile a quella precedente mentre l'altra con una struttura fisica un poco più densa. In queste forme non c'era alcuna divisione sessuale, ma una procreazione per gemmazione. La vita si svolgeva per lo più nel continente Iperboreo (nell'attuale estremo Nord del pianeta) che a quel tempo godeva di un clima tropicale.

Una forma umana simile a quella attuale comincia con l'apparire della razza della Lemuria (situata in Asia orientale): più evoluta, sempre più solida ma ancora flessibile e quindi non ancora in grado di assumere la stazione eretta. La riproduzione avveniva sempre per emissione diretta, gli esseri presentavano una struttura androgina ma di forma umana - con pelle scura - che gradualmente arriva a scindersi in due distinti caratteri sessuali (da tale razza derivano gli aborigeni australiani e i boscimani dell'Africa).

La quarta epoca, Atlantidea, si sviluppò nel continente di Atlantide, il quale andò incontro a successivi cataclismi che lo frammentarono fino a lasciare due grandi isole chiamate Ruta e Daitya al centro dell'Atlantico, sommerse definitivamente circa 12.000 anni fa.

L'uomo atlantideo - di pelle rossa - era dotato di una naturale e istintiva chiaroveggenza e fondò una grande civiltà dotata di avanzate tecnologie, comunque molto diverse dalle nostre. Verso la fine dell'epoca atlantica, i colossali cataclismi che portarono alla totale scomparsa del continente costrinsero infine i superstiti ad emigrare verso tre direttrici: ovest (da cui originano le razze rosse amerinde), nord-est (attuali popoli europei) e sud-est (colonizzando il Nord Africa fornirono le basi della civiltà Egizia).

Ulteriori visioni sulla storia perduta del pianeta vengono dalla Cosmogonia di Urantia, dalle già ricordate rivelazione fatte da Thoth a Drunvalo e dalle svariate canalizzazioni telepatiche provenienti dalle dimensioni extraterrestri (sulla cui attendibilità - secondo noi - è necessario porre molti filtri, non tanto perché non crediamo alla possibilità di tali trasmissioni quanto per l'eccessiva approssimazione di molti channeler).

http://www.raphaelproject.com/conferenze_online/inc_162.htm

L'unico errore, che secondo me non inficia la straordinaria ipotesi, è Vulcano (Mercurio all'inizio del secolo scorso era talmente veloce nel percorrere la sua orbita [88 giorni] che era stato ritenuto accompagnato da un pianeta gemello poi rivelatosi inesistente).

L'onda di vita secondo me è iniziata ad avvertirsi nel 2012.

Magari spostiamo questi 2 post nel 3d Origini dell'uomo?

Edited by bmare
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@Kal El

Grazie innanzitutto della pacatezza; non molti riescono a tenere bassi i toni, presso forti contrasti.

La cosa strana, potrei anzi dire proprio paradossale, del nostro interloquire, è che io potrei sottoscrivere tutto quello che tu sostieni, salvo che su un punto; che però, ahinoi, è cruciale e fondamentalissimo: che i limiti della predicabilità circoscrivano ed esauriscano la realtà.

Non solo meriti, ma ho davvero piacere di darti una risposta; che però, dovendo essere argomentata, richiede un po' tempo. Non tanto perché rispondere sia in sè difficile, ma perché ci terrei che questi scambi dialettici servissero davvero a qualcuno come orientamento; e quindi dovrò trovare il modo di esprimere concetti non propriamente intuitivi, in modo semplice, evitando l'uso di locuzioni specialistiche. Confido di poterci riuscire, e, Deo adiuvante, di postare la risposta in tempi brevissimi.

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La scienza incontra la New Age (e viceversa).

Non condivido tutto quello che Malanga afferma in questo video, secondo me fa un grosso errore, ma per ora non voglio influenzare la visione di chi può essere interessato. Possiamo discuterne dopo, eventualmente.

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Mi chiedo a proposito della reincarnazione , ammesso e non concesso che sia, per qualche motivo con tutti i miliardi di pianeti dovremmo reincarnarci in questo? mi sembrerebbe molto riduttivo

felicità

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Mi chiedo a proposito della reincarnazione , ammesso e non concesso che sia, per qualche motivo con tutti i miliardi di pianeti dovremmo reincarnarci in questo? mi sembrerebbe molto riduttivo

felicità

Vero, è riduttivo. La nostra mente crea ad ogni istante una nuova realtà, e l'immagine riflessa che percepiamo è in continuo mutamento (questa teoria sul sistema solare è dell'inizio del secolo scorso). Ma da qualche parte bisogna cominciare per studiarne la dinamica. Questa è una delle meglio esposte. Come dice Malanga, viviamo in un eterno presente allungato e in continua evoluzione. Può essere utile per capire meglio, leggere la teoria del Transurfing di Vadim Zeland. O per chi preferisce l'approccio scientifico le teorie sull'universo olografico di David Bohm. Malanga è una buona "cerniera" tra entrambi e i suoi ultimi video sono sbalorditivi. Edited by bmare
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il nostro pensare con il nostro cervello a ben poco a che fare tac o non tac, i nostri pensieri non sono depositati nel nostro cervello ma il un server in una dimensione parallela alla nostra.

felicità

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il nostro pensare con il nostro cervello a ben poco a che fare tac o non tac, i nostri pensieri non sono depositati nel nostro cervello ma il un server in una dimensione parallela alla nostra.

felicità

Vero, ma per rendersene conto occorre procedere per gradi. Specie se si vuole attingere i dati giusti dal server. L'intelligenza deve interpretare i dati correttamente. Temo che i server siano molteplici, se non infiniti. Ma ne temo uno in particolare. Sally del film Oblivion o AI di Matrix, che ci ha generato come cloni per rendersi immortale. Tonino ha visto giusto sugli Alfani. Noi ne siamo il risultato. La mente è stata contaminata da un parassita (sfidante) con cui ci identifichiamo senza accorgercene. Edited by bmare
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per rendersene conto occorre toccarlo con mano , cosa che ho potuto verificare, con prove molto importanti.

felicità

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Kal El mi scrive:

Affermare significa asserire (etimologicamente dal latino: "fermare" un concetto).
La negazione è un'operazione logica che inverte il significato di una affermazione (o asserzione o proposizione).
Posso benissimo affermare che "non piove" la cui negazione è "piove" quindi l'uso del "non" è solo un dettaglio interno all'affermazione che può benissimo negare qualcosa.
In questo senso dicevo che anche una negazione (cioè un'asserzione che usa "non") è una affermazione (cioè una asserzione di qualcosa, positivo o negativo che sia).”

Certo, avevo capito il senso e il modo in cui usavi affermare e negare, il tuo è un uso operativo, che è legittimo quanto “non” si riferisce a proposizioni matematiche o stringhe di logica formale, che, come fa notare Wittgenstein, che citerò ancora, (La matematica è un metodo logico. Le proposizioni della matematica, sono equazioni,dunque, proposizioni apparenti ; Tractatus 6.2), sono proposizioni apparenti, perché pertengo forme prive di contenuto. Applicato alle proposizioni non formali, tuttavia, il “non” marca la differenza tra la presenza e la assenza. Altrimenti mangiare un panino sarebbe la stessa cosa di mangiare un non panino.

Venendo al rapporto tra predicabilità e realtà, chi a parer mio e di tantissimi, si è maggiormente avvicinato alla sua chiarificazione è stato Ludwig Wittgenstein; ossia uno dei maggiori, se non in assoluto il maggiore, filosofo del linguaggio del secolo scorso. Insisto nel far presente a chi non lo sapesse che Wittgenstein è una pietra di paragone indiscussa circa il tema che Kal El ed io stiamo dibattendo, e poiché è dal vertice che è opportuno cominciare, parto da lui, che scrive:

“(Tractatus 6,53) Il vero metodo della filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non quello che può dirsi, cioè le proposizioni scientifiche -qualcosa dunque che non concerne affatto la filosofia -; e ogni qual volta uno volesse proferire qualcosa di metafisico, dimostrargli che nelle sue proposizioni egli non ha dato significato a certi segni. Questo metodo sarebbe insufficiente per l'altro - non avrebbe la sensazione che gli si insegni filosofia - ma esso sarebbe l'unico rigorosamente corretto. Le mie proposizioni sono chiarificatrici in tal maniera che chi mi comprende le riconosce alla fine come insensate, se egli è salito attraverso di esse -sopra di esse -al di là di esse. (Deve per così dire gettar via la scala dopo esservi salito). Deve superare queste proposizioni: allora ha la giusta visione del mondo. Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere."

Questa affermazione di Wittgenstein è affogata nei proverbiali fiumi di inchiostro, e ha gettato nella disperazione quasi tutti gli ermeneuti del viennese, perché, secondo questi, la prima parte è in palese contraddizione con la seconda; o, perlomeno risulta loro incomprensibile. “…deve gettar via la scala…”, “…deve superare queste proposizioni..”? Panico totale! Ancor più per quanto segue.

“…le proposizioni della logica non dicono nulla del mondo: sono proposizioni analitiche, che non possono “essere confermate dall’esperienza, così come dall’esperienza non possono essere infirmate…” (Riportato da G.E.Moore, circa i suoi colloqui con Wittgenstein)

(6.522) “Non come il mondo sia, è ciò che è mistico, ma che esso sia. (...) C'è veramente l'inesprimibile. Si mostra, è ciò che è mistico."

(6.521) “La risoluzione del problema della vita si scorge allo sparire di esso. (Non è forse per questo che uomini cui il senso della vita divenne, dopo lunghi dubbi, chiaro, non seppero poi dire in cosa consisteva questo senso?)”

(6.2) “La matematica è un metodo logico. Le proposizioni della matematica, sono equazioni,dunque, proposizioni apparenti”.

La matematica è un metodo logico. Le proposizioni della matematica sono equazioni,

(6,421) “E’ chiaro che l’etica non può formularsi. L’etica è trascendentale

6,42) “Né, quindi, vi possono essere proposizioni dell’etica. Le proposizioni non possono esprimere nulla di ciò che è più alto”.

A questo punto, mi trovo in imbarazzo, giacché il commentare potrebbe sembrare un insulto al’intelligenza di chi mi legge; il non farlo, mi potrebbe far tacciare di laconicità e reticenza. Corro il rischio e commento; sebbene mi pare sia evidente, cosa vuol dire Wittgenstein nella “6.53”. Insomma, per me quello che intende è chiarissimo, ed è precisamente quello che infatti dice. Ossia (nella prima parte, il primo periodo): all’interno della sfera linguistica, i soli discorsi che possono (se ben formati) esprimere una compiuta coerenza sono quelli che mostrano del mondo solo e soltanto ciò che è misurabile e matematizzabile. Bene, io non ho mai sostenuto nulla di diverso; il senso compiuto, ossia finito, può riferirsi solo a ciò che è delimitato e finito.

Nei seguenti tre periodi, tuttavia, Wittgenstein chiarisce i limiti di applicabilità di questo “vero metodo”; affermando che chi lo ha compreso e riconosciuto come vero, lo riconosce (da altra prospettiva) come insensato; ma solo se “… se egli è salito attraverso di esse -sopra di esse -al di là di esse. (Deve per così dire gettar via la scala dopo esservi salito). Deve superare queste proposizioni: allora ha la giusta visione del mondo…”. Devo davvero stare a spiegare che non vi è contraddizione alcuna tra la prima e la seconda posizione? La prima concerne l’ambito della rappresentazione simbolica finita del mondo; la seconda il suo trascendimento (sopra di esse -al di là di esse). Poi usa il verbo “superare” (faccio presente che Wittgenstein aveva una cura maniacale per la precisione lessicale), che vuol dire ancora una volta “andare oltre”, “trascendere”; così che dopo tale superamento, il superatore ha la “…giusta visone del mondo…”. Poi nell’ultimo periodo “ Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere.", pare tornare sulla prima posizione. E invece no! Wittgenstein ha sempre mantenuto l’identica posizione; è solo il piano di riferimento a essere del tutto diverso. Il primo si riferisce al mondo ridotto ad astrazione simbolica (tutto il linguaggio è astrazione simbolica; sennò la parola pane dovrebbe sfamarci). Nel secondo dice, che più chiaro non potrebbe, che per avere la giusta visone del mondo occorre uscire dalla sfera della rappresentazione simbolica. Ebbene, io mi chiedo se per affermare una cosa talmente ovvia, con tutto il rispetto, si doveva aspettare Wittgenstein; e perché tale ovvietà fosse presa in considerazione da chi scrive, pubblica libri, ed è padrone del pulpito, fosse indispensabile lo stimolo della sua autorità. Ma questo è il mondo! Per dire che la luna non è di formaggio occorre che la notizia venga diffusa a mezzo stampa, avallata in una sede universitaria, ed espressa in maniera complicata.

Nelle susseguenti da me citate (6.52, 6.521, 6.522, 6.2, 6,421) Wittgenstein è ancora più chiaro: “C'è veramente l'inesprimibile. Si mostra, è ciò che è mistico."; “c’è l’inesprimibile”, che significa? Significa che scambiare le nostre costruzioni simboliche con ciò che simboleggiano è una forma di alienazione dal mondo reale. Significa che le linee di demarcazione dello Stato del Texas, ad esempio, non sono davvero reali, anche se su un altro piano (quello della descrizione simbolica) lo sono. Non c’è nulla, nel mondo dell’esperienza non predicabile, che separa il Texas dall’Oklahoma, o dalla Luisiana. E persino lo stesso Texas, Oklahoma, Luisiana, e tutto il resto, non sono che astrazioni e hanno una esistenza totalmente convenzionale. Queste segmentazioni del reale sono creazioni della mente raziocinante, che, nello stesso istante in cui le inventa, le proietta nel mondo reale; finendo per credere che esse siano proprietà intrinseche del mondo. Sono invece solo utili mezzi per la vita sociale; ma una volta scambiato completamente l’artifizio, l’utile mezzo, con la realtà, e dimenticamdosi di averlo fatto, sorge ciò che è stato definito razionalismo.

Ecco, penso che persino chi non ha mai sentito parlare di questi temi non può non aver capito.

Wittgenstein ha avuto l’enorme e paradossale merito di aver portato il positivismo logico e tutta la sfera del razionale alle sue estreme conseguenze, ed aver chiaramente mostrato che, date quelle premesse, la sola conclusione possibile era la riduzione di tutta la conoscenza a “Sprachkritik”, ossia, critica del linguaggio; che è una forma di linguaggio filosofico doppiamente astratto, in quanto linguaggio che parla del linguaggio.

Per quanto l’autorità di Wittgenstein sia quasi inattaccabile, il non essersi fermato prima di aver mostrato che la ragione non poteva fondare se stessa, ha procurato alla sua opera una quantità davvero impressionante di distinguo ermeneutici. La stessa cosa, e anzi in misura ancora maggiore, è accaduta a Godel. Il suo celeberrimo teorema del ’31, porta in sintesi e per altra via, alle stesse conseguenze dell’opera di Wittgenstein: la ratio non fonda se stessa. Il teorema di Godel diede un colpo mortale al programma di Hilbert (http://matematica-old.unibocconi.it/infinito/infinito04.htm), che voleva mettere a punto un formalismo matematico assoluto. Godel dimostrò che questo non era per principio possibile, perché (semplificando) all’interno di un sistema formale ci saranno sempre delle proposizioni indecidibili. Questo significa che lo strumento più rigoroso della ratio, la logica matematica (nelle sue varie modalità) dimostra che essa stessa non può dire se certe proposizioni siano vere o non; e che quindi esistono realtà (matematiche) reali, ma non dimostrabili. Ciò non vuol affatto dire che la logica diventi d’un colpo illogica, né che la matematica perda la sua proprietà di rigorosità. A questo punto, so già che un razionalista ad oltranza mi ricorderebbe (giustamente) che l’ineluttabilità logica del teorema di Godel trova il suo ambito di applicazione solo presso quei sistemi che consentono di definire i numeri naturali come un insieme; certo, è così. Ma cos’altro significa l’indecidibilità, proprio in un ambito così assolutamente rigoroso? Questo ambito fa o non fa parte del mondo reale? Oppure, il programma di Hilbert era finalizzato alla soluzione di un super rebus fine a se stesso? E’ tutto qui il fallimento del programma di Hilbert; giacché la vera pretesa del razionalista sta nel far coincidere tutto il razionale con tutto il reale; dalla nota formula hegeliana “Tutto ciò che è reale è razionale; e tutto ciò che è reale è razionale”. (Sebbene classificato come idealista, Hegel si dimostra invece un perfetto razionalista). Hilbert, attraverso la disciplina regina della ratio, cerca di fondare e costruire un edificio perfetto ed inespugnabile; ma Godel ne mina proprio le fondamenta, che stanno nella pretesa di assolutezza e auto-sussistenza; e così, proprio quando la ratio sta cercando di fondare se stessa si accorge che è impossibile farlo. Uscendo dagli specialismi, come mai è accaduto questo? Perché, come cercherò di dimostrare, il finito non può rendere ragione di se stesso. La ratio può essere definita una strumento di classificazione di, e correlazione fra, quantità finite; ma chi o cosa è che classifica e correla? Esistono specifici programmi progettati per la verifica di coerenza di teoremi, ed anche per cercare possibili dimostrazioni (si chiamano G.T.P; general theorem prover). Questi programmi sono razionali come forse un essere umano non potrà mai essere; e poiché la razionalità è una delle caratteristiche del pensiero (da non confondere con la fantasia, e ancor meno con l’immaginazione), non vedo alcuna incoerenza o scandalo nell’affermare che questi dispositivi informatici pensano. Se ci sì riflettete, in cosa consisterebbe la differenza tra quanto, nel computare 2 + 2, accade in una calcolatrice da tavolo e quando accade nel nostro cervello? Cambia l’hardware, e sicuramente il cablaggio; ma se il computo è un percorso algoritmico, che tale percorso si sviluppi in un mezzo anziché in un altro, che differenza fa? Detto questo, tuttavia, in che consiste la vera differenza tra una calcolatrice è un essere umano? A me non pare che la prima, oltre a pensare, ossia eseguire algoritmi, sappia di star pensando, e comprenda ciò che sta facendo; mentre io sono certo di sapere di pensare, e, con quel barlume in intelligenza che mi resta, di comprendere sia la natura dell’atto del pensare, sia il contenuto dei pensieri. Ma se cerco di afferrare ciò che in me è consapevole del pensare e del suo contenuto, non trovo nulla che sia rappresentabile, ossia oggettivabile. Ed è ovvio e logico che sia così, giacché sto cercando di fare una cosa impossibile, ossia rendere oggetto il soggetto. Tutto il nostro bel discorso ruota proprio attorno a questo preciso punto: il soggetto in quanto tale non potrà mai essere reso oggetto; giacché al farlo se ne cancella la sua specifica natura. Il chi o cosa classifica e correla non può essere oggetto di classificazione e correlazione; non più di quanto il fuoco possa bruciare se stesso, o uno di noi possa masticare i propri denti, o una mano afferrare il proprio pugno. Che fa il razionalismo? Avendo deciso che solo il misurabile esiste (giacché la ratio può classificarlo e correlarlo); e non essendo il soggetto (per il discorso appena fatto) né classificabile, né correlabile, né misurabile, obbedendo al dogma che solo ciò che è razionale è reale e solo ciò che è reale è razionale, lo cancella dalla realtà. Oplà! Forte, no!? Mica tanto, perché in questo modo, di fatto, l’essere umano viene ad essere ridotto ad un eseguitore di algoritmi; un tipo sui generis di macchina da computo. Questo è il razionalismo; che si badi bene, e senza paradosso alcuno, è perfettamente conciliabile col sentimentalismo (ma trattarne ci allontanerebbe troppo dal nostro tema).

L’assolutizzazione della ratio (ossia il razionalismo) ha ricadute in ogni campo dell’esistenza umana (giacché essa è un modo di concepire il mondo) e non ce n’è una sola che non sia deleteria; qui, al deliberato scopo di non allontanarmi dal medesimo livello della ratio, introduco uno dei più noti esperimenti logici della teoria dei giochi: il “Dilemma del prigioniero” di Albert Tucker (http://areeweb.polito.it/didattica/polymath/htmlS/Interventi/Articoli/DilemmaPrigioniero/DilemmaPrigioniero.htm). Chi si prenderà la briga di esaminare questa famosa questione non potrà non rimanere sconcertato; giacché sarà obbligato a concludere che la sola soluzione necessariamente imposta al dilemma dalla ragione è quella più moralmente ripugnante. E non solo; che vantaggio reale offre in questo caso la logica? Che senso ha parlare di suddivisione equa del rischio e del danno, se il risultato cui porta il determinismo logico finisce per dimostrarsi irrazionale? (* nota)

*(Una soluzione ottimale fondata sulla logica, in via del tutto astratta, esisterebbe, e chi leggerà con attenzione il link la troverà spiegata; ma ci vuole pochissimo a capire che si riferisce a condizioni puramente ipotetiche; ossia alla presenza simultanea di giocatori capaci di una identica comprensione delle regole del gioco, e che sappiano trarre deduzioni logiche prive di errore. Questo, appunto, in teoria; ma come fa ciascun giocatore a conoscere la capacità di comprensione e deduzione dell'altro? E quindi rimane la sola soluzione razionalmente possibile, che è allo stesso tempo la più svantaggiosa per entrambi. La vera soluzione, invece, è extralogica; “quod tibi fieri non vis, alteri ne feceris”("non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te", che una delle più alte epitomi della morale fondata sullo Spirito); e che la capisce anche la zia Marietta, e che se le parli di giochi pensa alla briscola).

Ma avviamoci a concludere. Seguendo il percorso dove ci ha portato con Wittgenstein la ragione stessa, dovremmo concludere che la totalità degli enunciati dei linguaggi naturali è priva di significato. Se “Nulla dire se non quello che può dirsi, cioè le proposizioni scientifiche”, facciamo voto di silenzio? In effetti, tale digiuno sarebbe una cosa auspicabilissima; poiché ci aiuterebbe a comprendere che, salvo l’estrema riduzione formale, il linguaggio umano, così come ogni altra cosa umana, è necessariamente imperfetto. Se perfino il più raffinato dei parlatori non può non esprimersi in modo imperfetto, che si fa?

L'arte non è scienza: dunque, se ne dovrebbe tacere. La filosofia non è scienza: dunque, se ne dovrebbe tacere. La religione non è scienza: dunque, se ne dovrebbe tacere. La psicologia, la biologia, l'antropologia, la medicina, non sono scienze: dunque, se ne dovrebbe tacere.

Se questo fosse, dopo tutti questi silenzi resterebbe solo un mondo lunare, congelato, una specie di inferno asettico e ordinato, sotto la tirannide altera e indifferente di algoritmi ed equazioni.

Non era certo questo che aveva in mente Wittgenstein; né è questo lo scopo della ragione e della logica.

Si conosce meglio la mente leggendo Shakespeare, o leggendo una tomografia olografica di un cervello umano? O la si conosce ancora meglio praticando una qualche forma di meditazione? Non c'è dubbio che l'unico resoconto pubblico della mente sia quello offerto da una descrizione tomografica (o cose simili); ma questo non vuol dire che gli altri resoconti non siano legittimi, o che occuparsene risponda ad una nevrosi intellettuale.

Se uno vi chiede un semplice “come stai?, a strettissimo rigor di logica, ossia ad usare la ratio nel modo in cui mi invita a fare Kal El, che ci si creda o no, vi ha chiesto una cosa senza senso. Vediamo perché. Preso alla lettera, “come stai?” non ha effettivamente alcun significato; salvo che non si stia chiedendo all’interlocutore se sta in piedi, seduto, coricato, a testa in giù, ecc… Ma, per convenzione, si sa che “come stai?” vuol dire una cosa come “come ti senti?”, o “come va la tua salute?”. Bene, esaminiamo la prima domanda, (facendolo getteremo luce anche sulla seconda) che, se analizzata razionalmente punto per punto, non ha significato alcuno. “Come ti senti?”, non può voler dire altro che “Come senti te stesso? ( Il "Ti” di “come ti senti” è un pronome riflessivo usato come complemento oggetto di un enunciato di cui è anche il soggetto); e che diavolo significa “come senti te stesso?. Per poter rispondere sensatamente, occorrerebbe che la persona cui si fa la domanda (per semplificare mettiamo che si chiami Mario), avesse un “se stesso” da sentire. Dunque, avremmo Mario1, che è chiamato a percepire se stesso, ossia Mario2, che sarebbe il secondo Mario percepito da Mario1. Come’è che ci siamo cacciati in questo incubo? Perché abbiamo scambiato l’ordine logico/grammaticale con quello reale; nella pretesa della rigorosità razionale, che impone il rispetto delle regole linguistiche di coerenza grammatica e sintattica, scomponendo la questione fin alla sua struttura atomica, abbiamo perso per strada il significato e ci siano trovati nel mezzo di un'allucinazione. Nulla cambia se consideriamo la stessa domanda nella seconda forma: “come va la tua salute?”. Anche in questo caso, avremmo Mario da una parte e la sua salute dall’altro; Mario come soggetto che possiede, e la “sua” salute come cosa posseduta. Che diavolo significa una cosa simile?? Eppure, tutti quanti capiscono il significato della domanda “come va? E la stessa cosa capita per la quasi totalità degli enunciati dei linguaggi naturali. Il rigore che mi chiede Kal El è possibile solo nei linguaggi artificiali, che non fanno riferimento a cose o processi del mondo.

Il solo sorge, non ha senso; giacché non si capisce come il sole possa compiere l’azione di sorgere.

Azioni non intenzionali: io digerisco; ok, spiegami come “tu” stai eseguendo l’azione di digerire.

Azioni intenzionali: io alzo il braccio. Ma davvero? Mostrami questo “io” che sta sollevando il braccio, e mentre ci sei spiegami come fa questo io ad alzarlo.

Processi: tuona. Chi, cosa tuona?

Emozioni: io amo. Mettiamo che“io” è ancora Mario, il quale dichiara di amare; ossia di star facendo qualcosa che si chiama amare. Come si fa a fare questa cosa che si chiama amare? Boh!!

Attività astratte: pensare. Io penso, se lo faccio, saprò pure spiegarmi come faccio a farlo. Mettiamo che sia una specie di semidio, e ci riesca (è impossibile anche per i semidei, ma mettiamo che sia possibile). Potrò spiegarmi il mio pensare solo per mezzo di altri pensieri; ma come farò a spiegarmi i pensieri che sto usando per spiegarmi il pensare?

Ontologia; l’enunciato basilare, quello che precede ogni altro: io sono. Alla fine dei periodi che seguono, ognuno potrà trarre le conclusioni che crede (sulla base di quanto ne avrà penetrato il significato). Al momento io esisto in questa stanza, seduto a questa sedia; presumo che chi mi legge si trovi in una situazione analoga. Anzi, ci tiro in mezzo l’incolpevole Dstrange, il quale non può certo leggere galleggiando nel vuoto assoluto. Dstrange dice “io sono”, poggiando i piedi da qualche parte, e mentre lo fa respira, il suo sangue circola, il suo cuore batte, ecc… Dstrange non può dire “io sono” se non in presenza delle condizioni su elencate, e di altre che elenco appresso; ma se il suo essere qualcosa, senza cui non potrebbe dire “io sono” (giacché si può dire “io sono” solo se si è), dipende da certe condizioni, vuol, dire che tali condizioni sono consustanziali a ciò che lui è; infatti, siamo umani e non aragoste, perché abbiamo polmoni, respiriamo, il sangue circola nelle nostre vene, ecc… L’ambiente complessivo che rende possibile l’esistenza di Dstrange (e che quindi gli permette di enunciare “io sono”) comprende anche ogni altra condizione, nessuna esclusa, che rende possibile la vita sulla Terra; la quale non esisterebbe e non sarebbe mai potuta esistere, se non in presenza di ogni altra condizione di esistenza del sistema solare, del reticolo in cui sui trova il sistema solare, del quadrante in cui alloggia il reticolo; della nostra galassia; di ogni altra galassia, e di ogni minino ente dell’universo, fino al’ultimo elettrone. Ma se le condizioni per cui Dstrange è gli sono consustanziali, e se tali condizioni sono l’universo stesso, il quale non è condizionato da nulla, altrimenti non sarebbe una totalità, che razza di “ente” è Dstrange’?? Un ente non condizionato da nulla, e che non abbia nulla che lo limiti, e che quindi sia non-finito è una impossibilità logica, che mi fa venire in mente la “classe di tutte le classi” con cui Russel, ancor prima di Godel, mise in crisi la ricerca dei fondamenti della matematica, e causò una crisi nervosa a Gottlob Frege. La classe di tutte le classi è una locuzione/proposizione antinomica, giacché è contraddittoria sia nel caso sia vera sia nel caso sia falsa; eppure, l’esistenza di Dstrange assomiglia ad una cosa del genere; non può che essere così, ed allo stesso tempo non può essere così. Allora che facciamo, dato che Dstrange è un’assurdità logica gli mandiamo un messo comunale, per comunicargli che gli tocca scomparire? E’ a queste conseguenze antinomiche o paradossali che arriva la ratio, anche se applicata a proposizioni non formali, tutte le volte che la si porta alla estreme conseguenze.

Resta il fatto che tutto il ragionamento fatto su Dstrange è vero, sia nelle premesse che nella conclusione; che essa risulti paradossale alla stessa ratio con cui è stata ottenuta, ci riporta alla 6.53 di Wittgenstein “…. Le mie proposizioni sono chiarificatrici in tal maniera che chi mi comprende le riconosce alla fine come insensate, se egli è salito attraverso di esse -sopra di esse -al di là di esse. (Deve per così dire gettar via la scala dopo esservi salito). Deve superare queste proposizioni: allora ha la giusta visione del mondo…” Dstrange non ha bisogno di fare l’analisi logica di se stesso, né di superare un esame davanti ad una commissione di positivisti logici per sapere cosa si prova ad essere Dstrange; almeno, non più di quanto chiunque abbia bisogno di un dottorato in chimica per analizzare la formula della Coca Cola prima di gustarla. Dstrange enuncia "io sono", senza sapere realmente chi è e senza neppure sapere come fa a saperlo o a sapere di non sapere; eppure qualsiasi cosa sia o non sia, lo sa.

Come cerca di far capire Wittgenstein, la ratio è uno strumento che non deve essere usato oltre i suoi limiti di utilizzo. Entro tali limiti è prezioso, chi dice il contrario?, ma oltre essi porta la mente all’auto-strangolamento.

Su una cosa dissento da Wittgensterin: “Deve superare queste proposizioni: allora ha la giusta visione del mondo”; non esiste una visione del mondo giusta e una sbagliata; almeno, se si riferisce, come credo, alla visione logica e a quella extra logica; si tratta di due modalità cognitive del tutto legittime, e che non possono entrare in conflitto; come ha chiaramente spiegato Coomaraswami nel brano da me allegato post fa. Nessuno obbliga qualcuno a conoscere il mondo non-pensato, ossia extra-simbolico; ma risulta singolare, da parte di chi non sente questa necessità l’accanimento col quale si nega che tale mondo esista.

Questa è una discussione dedicata alla spiritualità; dato che, come ho anticipato starò via per un po’, mi avvio a concludere.

Oggigiorno, chi cerca una via d’uscita ai miasmi di questo mondo in decomposizione, è esposto a pericoli ancor più gravi di coloro che rimangono all’interno della semplicistica visione del mondo offerta dal fisicalismo. Questi ultimi, almeno, sono protetti proprio dall’angustia di tale orizzonte. Né vedo alcuna reale possibilità di supporto spirituale nella Chiesa Cattolica, che sembra aver superato da tempo il punto di non ritorno. Chi cerca quella via d’uscita non può far altro che tornare all’origine, e per noi figli della Cultura in cui siamo nati, l’origine è il Cristianesimo. In esso c’è tutto quello che serve; e quello che dico dovrebbe essere credibile, giacché non affermo alcuna superiorità di esso nei confronti di altre Vie Spirituali; le cui dottrine ho studiato ed approfondito nel corso di una vita. Il Cristianesimo è il Vangelo, e i susseguenti Atti degli apostoli; i quali, tuttavia, molto difficilmente possono essere davvero penetrati senza il supporto di guide autorevoli. Ma, sopratutto, il Cristianesimo è la comprensione che amore e conoscenza sono due modi di parlare della stessa cosa; e questa cosa è Cristo, il quale si è fatto carne ed è venuto ad abitare dentro di noi.

Chi cerca la grandezza e l’auto-valore farà meglio a non accostarsi ad alcuna via spirituale, giacché nel migliore dei casi perderebbe tempo, nel peggiore troverebbe la perdizione; il suo posto è il mondo-ma; ossia, il mondo delle grandezze e delle piccolezze; ossia il mondo-Maya; ossia il mondo rappresentato sotto la specie della classificabilità e della misurabilità (questo si intende per Ma). Sottolineo che ciò non significa che esistono due Realtà, e neppure che ne esiste solo una in opposizione a molte. Lo Spirito è non commensurabile non per via della sua sublimità, della sua inconcepibile elevatezza, e neppure (se vogliamo dirla tutta) per la sua sacralità. Tutti questi termini sono ancora misure o attributi di qualcosa. Ciascuna Via Spirituale ha creato uno speciale linguaggio (analogico e metaforico) per poter parlare di ciò che impossibile misurare; mi viene in mente il termine zen buji, che indica "qualcosa di assolutamente ordinario"; oppure umiltà, nel senso radicalmente evangelico. Quando un monaco chiese al maestro Ummon “Cos’è il Buddha”, Ummon rispose senza esitare: “Un bastone di sterco secco”. Cristo lavò i piedi sporchi dei suoi discepoli, e subì gli sputi e le irrisioni di chi di lì a poco gli avrebbe conficcato in testa una corona di spine e lo avrebbe inchiodato ad una croce di legno. Il significato di questo si perde nell’abissalità della non predicabilità; ed allo stesso tempo è evidente ancor più della luce del sole. Non ha nulla di sentimentale, né di infrarazionale; o lo vedi o non lo vedi.

Qui mi fermo, con un saluto e un invito: non sprecate le vostre vite; conoscere la Verità non è difficile né facile; Essa è l'oceano nel quale siamo immersi; è una musica che ci porta oltre la beatitudine dell’infanzia, oltre la nascita e la morte; ma che è soffocata dal rumore che fa a pezzi la nostra mente e che ottunde e lacera il nostro cuore.

Per sentire il sussurro di Dio, occorre fare silenzio.

Un abbraccio.

Edited by Satori
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Ho avuto un sobbalzo, mentre leggevo con interesse quest'ultimo lungo post, quando mi sono visto tirato in ballo come esempio per chiarire,
chiarire, i limiti della logica e della ratio, nonchè del fisicalismo.
Anche se la comprensione di quanto dice Satori richiede una notevole capacità di astrazione.

Se ho capito bene, l'apparente incofutabile certezza che vi è nell'asserzione "io sono Dstrange", crolla, se si considera che tutto ciò che è
confluisce nell'Assoluto, cioè in una realtà che non dipende da nulla e che per questo la ratio non ha ratio, da quì il suo limite.

Premesso che essere nei pensieri di Satori non può che farmi onore,(anche se mi lascia un pò stranito a dire il vero, uno strano stranito vabè)
egli, ha dato anche una esauriente risposta ad un aforisma di Voltaire apparentemente sensa senso ma che ho sempre approvato ossia
" il dubbio non è piacevole ma la certezza è ridicola". Proprio per quanto detto pocanzi. Ma questa è una cosa mia.

vorrei approfittare di questo mio intervento obbligato, per introdurre proprio questo elemento, il dubbio,
che è stato tralasciato ma che si è manifestato nel post n 14 di questo 3ad da parte di jolly28 che scrive:
"Le donne non avevano potere giuridico eppure dopo la resurrezione Egli si manifesta per primo a loro.
Se i vangeli fossero dei "falsi", questo non sarebbe mai stato scritto"

Il dubbio è presente, e "La liberazione arride solo a coloro che sono liberi dal dubbio; per quelli la cui coscienza
è in preda al dubbio la liberazione non arriva neppure dopo molte rinascite. Per questo bisogna sforzarsi di acquisire fiducia."
(Il virgolettato è preso da una pagina che parla della dottrina delle Upanishad)

Allora chiedo a Satori, (ahimè "sfruttando" i suoi lunghi anni di studi, e se avrà voglia di rispondere ,quando tornerà non c'è fretta), ma anche a tutti gli altri
quale è la strada per liberarsi dal dubbio

jolly28 ha fatto la sua analisi, corretta o sbagliata, non importa ma perchè non dovremmo pensare
che i racconti degli atti degli apostoli e di tutto il nuovo testamento sono
opera di un gruppo di menti diaboliche e visionarie che sfruttando la comune paura della morte e la speranza di una vita eterna
inventano tutto allo scopo di costruire quella potenza economica politica e influente, chiamata chiesa?

P.S. Se non altro riporto la discussione nei suoi ranghi. :-)

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