Satori

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About Satori

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    Baro Supremo

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  • Gender
    Male
  • Location
    milano
  • Interests
    Dum loquimur fugerit invida
    aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
  1. "Mettere al bando" una falsità è il modo migliore e più diretto per darle credibilità. Piuttosto, giusto per insegnare cosa è scienza e cosa è pseudoscienza, metterei a confronto - davanti a platee di studenti - un darwinista e un antidarwinista. Presso condizioni di parità, un darwinista non accetterebbe mai. Alzano a voce, o quando posseggono in monopolio pulpiti e microfoni; oppure quando sono almeno tre contro uno. Meglio dieci contro uno. Sennò - nei rarissimi casi uno contro uno - abbandonano la partita, per "manifesta" indegnità dell'interlocutore.
  2. @Emgus, J-J, Enio, la questione sollevata, soprattutto e in modo diretto e radicale, da Emgus è di primaria importanza. Non mi piace parlare più di tanto di cose personali, ma stavolta credo che - proprio dato il tema - due paroline potrebbero essere utili. Mi si creda, anche se potrà sembrare impossibile o almeno parecchio esagerato, ricordo ancora la serie di circostanze che mi portò, per la prima volta, a sospettare che nel mondo ci fosse qualcosa che non era come sembrava. Ecco la cosa che sembrerà impossibile è che avevo cinque anni, e facevo la prima elementare. Mi accorsi, semplicemente, che gli adulti, che un bambino vede onnipotenti, buoni e onniscienti, non erano alcuna delle tre cose, e, soprattutto, che mentivano. Qualunque cosa facessero, mentivano. Oggi, la menzogna, diciamola tutta, è quasi considerata una virtù, è il propellente della scaltrezza, che è la via del successo, che è la sola cosa capace di colmare il vuoto, il solo valore. Adolescente, cominciai a cercare alle rinfusa nei libri. Vedevo appeso ad una croce, nelle chiese, un uomo che aveva detto di sé: “Io sono la Via, la Verità, e la Vita”. Parlavo coi suoi rappresentanti in tonaca nera, riuscendo a stento a trattenere un moto di ribrezzo al solo star loro vicino. Ribrezzo che dura tuttora. Al liceo, ebbi la sorte di avere un insegante di filosofia capace di farmi rimanere immobile con la bocca aperta, e capii che, se un modo esisteva, era quello. Altri si erano posti le stesse domande, altri avevano patito i miei tormenti. Capii che c’è sempre, per tutti, un bivio: da una parte la via facile; dall’altra quella difficile. Vidi che molti sceglievano la via facile, d’istinto scelsi quella difficile; sapevo da sempre che era quella giusta. Oggi so che è quella giusta. Come faccio a saperlo? Chi mi legge come sa le cose che sa? Il fatto certissimo è che chi cerca la Verità finirà per cascarci dentro; e la Verità, altra cosa certissima, è sinonimo di libertà. Oggi, con una quantità sterminata di letture alle spalle, potrei sembrare supponente se dicessi che la Verità non si trova sui libri, e allora sembrerò supponente. Però senza studio, senza apprendistato, si rimane a brucare l’erba. La Verità è letteralmente dentro di noi, sepolta sotto secoli di sporcizia e mistificazione. Un filosofo del Vero? Senza dubbio alcuno il padre della filosofia: Platone. Leggerlo è il principio, e potrebbe essere anche la fine, per qualcuno. Quanto al “Il nome della rosa”, credo sia meglio allegare un paio di link dove viene spiegata punto per punto in cosa consiste la falsificazione e la mistificazione del grande intellettuale. Nei link ci sono richiami a Occam, la patristica, Freud, Nietzsche, ecc… Tuttavia, con appena un po’ di attenzione, si riesce a cogliere l’essenza della questione. Una volta coltola (non si tratta solo di mistificazione intellettuale, ma veri falsi storici, menzogne, invenzioni spacciate per verità conclamate), non si può non rimanere sconcertati. Il gioco delle tre carte, a paragone, è una pia attività da galantuomini. http://www.ilcattolico.it/catechesi/apologetica/contro-il-nome-della-rosa.html http://www.iltimone.org/34339,News.html Buona lettura.
  3. Caro J-J, sapere è potere. L'alfabetizzazione di massa - che tu ci creda o no, imposta al solo scopo di controllare le persone in modo più capillare ed effecace che per rmezzo della forza bruta - ha cambiato radicalmente le regole di dominazione. Nella maggior parte dei casi, da almeno un secolo a questa parte, non esistono racconti neutri, storie, così per passare il tempo. Nella totalità assoluta dei casi, non può verificarsi che "intellettuali" organici, come Eco, che è l'intellettò per eccellenza, facciano un solo respiro che non abbia una finalità ideologica. "Il nome della rosa" è purissima propaganda ideologica, un distillato da manuale di persuasione occulta e di falsificazione storica. E' anche a questo che serve studiare, J-J, a riconoscere a chilometri l'olezzo e la marca della vasellina usata. Domani o dopo, ti parlo della faccenda; tuttavia, temo, dovrei prima fare un lungo preambolo su Occam e il nominalismo. Magari allegherò qualche link. In ogni caso, ribadisco le due regole auree: 1°, l'indottriamento comincia dall'asilo; ergo, urge deprogrammazione. 2°, tutto ciò che i giornali mainstream passano come bene è male (in ogni caso, il male è meno malvagio di come dipinto), soprattutto il giornale più diffuso è prezioso; bisogna leggerlo capovolto. Ecco, questa è la base. Ma senza studio, si è destinati lo stesso a rimanere ciechi.
  4. Certo, caro Emgus, non avevo dubbi che (in questa prospettiva) tu fossi un platonista. Questo argomento cade a fagiolo per spiegare qual è, in ultima analisi, la differenza tra la mentalità moderna e quella antica. Lo farò senza usare i paroloni del filosofese dei filosofoni, e quasi in un battito d'ali. L'uomo moderno pensa di possedere (in qualità di proprietario) verità, intelligenza e bellezza. Perfettamente al contrario è la posizione dell'uomo antico, che pensava di non possedere nulla di proprio, e che fossero Verità, Intelligenza e Bellezza, a possedere lui. Due mondi inconciliabili, con nessun punto di contatto, che mai si incontreranno. Mi viene in mente, a questo proposito, il romanzo "Il nome della rosa", una delle opere più artatamente mistificatrici mai concepite da mente umana. Eco descrive un Medioevo irreale, completamente falso, e presenta le posizioni di cui sopra, incarnate in Guglielmo da Baskerville e Bernardo Gui, (perché questa è l'anima del romanzo) con la maniacale destrezza e professionalità del falsario. Non a caso, data l'epoca, il libro è stato tradotto in venticinque lingue. Ecco come si fa! P.s. Vaccini, J-J, tanto per capire quanto snaturate sono le mamme degli altri Paesi; e, che Dio ce le mantenga, quanto sono attente e premurose (oltre che competenti) le mammine italiane, che sicuramente faranno girotondi, sedute massive di yoga, e digiuni, per imporre i vaccini che salveranno le vite dei loro figlioletti. Non è una meraviglia, J-J?
  5. Ho letto quel libro, la storia di Ramanujan sembra quasi inventata, tanto è massivamente reale. La posizione di Ramanujan viene definita "Platonismo matematico", platonisti furono (francamente non saprei adesso) la maggior parte dei grandi matematici. La posizione contraria si chiama "nominalismo", ed è a mio giudizio del tutto insostenibile. Esiste anche un "Platonismo musicale", nello stesso senso di quello matematico. Mozart, ad esempio, sosteneva di "leggere" e "vedere" la musica in una dimensione diversa dallo spazio/tempo convenzionale. P.s. A chi non è capitato, ascoltando la grande musica, di considerare: "Caspita, certo, è ovvio, non può essere che così"? E avere la certezza che da qualche parte quella musica fosse già dentro di te, che, non sapresti dire come, tu l'avessi già sentita. A me capita, in forma imperiosa, con la musica di Mozart e Bach; soprattutto la Messa di Requiem e i Brandeburghesi. Roba da brividi!
  6. « Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. » È una delle mie citazioni preferite, tanto che ai miei figli basta oramai sentirmi declamare “fatti non foste”, per interrompermi dicendo all’unisono: “basta, papà, abbiamo capito!” Per attenerci al nostro tema, la conoscenza cui si riferisce Dante non ha alcun contatto né coi fatti mondani, né, tra questi, con quelli limitati alla matematizzazione di modelli quantitativi della natura: ossia la Scienza. La conoscenza, per Dante, è identica a Beatrice-Sophia, che è l’esatto equivalente di επιστήμη platonico, Prajnâ buddista, Dhyana indù. Conoscenza non degli accidenti (le scienze del mondo naturale); ma delle essenze. Tutta l’opera di Dante è esoterica, ed egli stesso fu affiliato alla Società Segreta Iniziatica “I fedeli d’amore”. Chi vuol conoscere questo aspetto del genio dantesco, rinnegando il bruto che è in sè, può studiare le opere di Dante Gabriel Rossetti, Luigi Valli, Renè Guènon; qui allego un link con un eccellente articolo di Arturo Reghini (che si forma con lo pseudonimo Pietro Negri) http://www.scuolaermetica.it/index.php?option=com_content&view=article&id=403:pietro-negri-il-linguaggio-segreto-dei-fedeli-damore&catid=9:testi&Itemid=40 Mentre appresso allego un link con lo straordinario saggio del Valli (Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli D’amore). Per inciso, su questo argomento, in anni lontani, sostenni un esame di italiano col grandissimo Prof. Giorgio Petrocchi, il primo tra i dantisti italiani e i fra maggiori al mondo. http://www.classicitaliani.it/Valli/valli_linguaggio_segreto_dante_01.htm La conoscenza congetturale è certamente una forma di conoscenza, come ho scritto (e moltissimi altri prima di me), pertiene all’ambito della doxa; ed è quanto rilevavo nel precedente post. Questa doxa può essere arbitraria o ben fondata; se arbitraria, è una sciocchezza e basta; se è ben fondata, può essere considerata l’anticamera dell’Episteme, nel senso platonico, aristotelico e tomista. La prima è incerta, come correttamente rileva Popper; la seconda, o non è incerta, o non è Episteme. Ultima nota epistemologica. Cos’è un fenomeno? Un evento del mondo naturale in un dato, irripetibile e irriproducibile tempo t dell’universo. Ora, se si è davvero capita la frase precedente, come può la scienza comparare qualcosa di irripetibile, dato che uno dei suoi criteri fondanti è la riproducibilità? Non può, perché ogni singolo evento e unico, c’è davvero bisogno di spiegarlo? Perché quell’evento-fenomeno è tale in quanto legato al preciso stato dell’universo in quel momento. Un nanosecondo dopo l’universo si trova in uno stato diverso, e pertanto il fenomeno in questione non potrà mai più essere riprodotto; se ne potrà avere al massimo una specie di copia, che, a scopi del tutto e solamente empirici, potranno essere utilizzati come surrogati della riproducibilità. Comparare fenomeni identici è impossibile (perché ogni fenomeno è indissolubilmente contrassegnato dal contesto in cui si manifesta, una specie di impronta digitale cosmologica) e resterà impossibile, per chi comprende queste semplici osservazioni, anche se tutti gli scienziati della Terra testimoniassero in tribunale il contrario; anche se l’accettazione di questa impossibilità fosse imposta per Legge (come i vaccini). Negare questo è come negare il mutamento, il divenire. “Nessuno può bagnarsi due volte nello stesso fiume”, scrisse Eraclito. Ma se qualcosa non è riproducibile, e se la sua copia surrogata dura una durata infinitesimale, in che cosa consiste la mitica “riproducibilità” del metodo scientifico? Ho fatto questa domanda, anni addietro, a due scienziati, uno piuttosto noto. Presente quando si chiede l’ora a uno che non ha mai portato l’orologio? Stessa cosa. Mi fu risposto in entrambi i casi che era una cosa cui non avevano mai pensato, e che avrei avuto una risposta. Mai arrivata. Ciò, naturalmente, non vuol dire che la Scienza non sia capace di arrangiarsi (utilizzando mirabilie matematiche) con questi surrogati nella sua particolare sfera di indagine. La fa tanto brillantemente che io sono qui a scrivere e lì qualcuno a leggere. Non lo nego, sa di magia, anche se può essere spiegato. La questione, come ho scritto molte volte, è che tutto ciò non ha nulla, o al più pochissimo, a che fare con la conoscenza del mondo. Finale su Popper. Non rilevare e stigmatizzare le lapalissiane contraddizioni da me evidenziate, può essere fatto soltanto a costo di seppellire la logica. Mettendoci di mezzo Platone, a quei tempi l’Autorità in sé, Aristotele pronunciò una sentenza che ho sempre anteposto a qualsiasi mio altro valore o interesse umano: “Amicus Plato, sed magis amica Veritas”. Sono amico di Platone, ma ancor più amico sono della Verità. Tutta l’opera di Popper filosofo è zeppa di abbaglianti contraddizioni (io ne ho rilevate quattro in tre righe); ed è per me inspiegabile come queste siano passate indenni al vaglio di fior di critici e filosofi. Anzi, ho mentito, so come e perché è avvenuto: basta scambiare la secondaria con la principale: “Amica Veritas, sed magis amicus Plato”. Ecco, così anziché segnare ai filosofi gli errori da matita blu con la matita blu, li si può abilitare non solo a tirar fuori qualcosa dal nulla, ma persino a camminare sulle acque.
  7. Consiste in questo la fraudolenza, nell'imporre con la propaganda di regime (ovviamente, tutti i fogli mainstream sono pro, con piccoli, insignificanti, distinguo), e la forza della legge, ciò che dovrebbe essere una scelta. Proprio in forza di e considerata l'estrema importanza della questione, la mammina è obbligata a diventare un'esperta, perché se non lo è perde il diritto ad accaparrarsi la scelta dell'altra mammina che, con pari buona fede, vuole tutelare suo figlio. Un punto importantissimo di discrimine è già alla portata di tutti: a mia conoscenza l'Italia è il solo Paese in cui si vaccina in quantità industriale; le mammine degli altri Paesi non amano i loro pupi? Come sempre, anche stavolta questa compagnia di gangster otterrà in ogni caso ciò che vuole, ciò di cui si nutre: è riuscita a d i v i d e r e, la condizione necessaria per imperare. Come per la chemio e l'aids, decidono loro quali esperti sono esperti, quali medici capiscono la medicina, quali scienziati sanno far di conto. Il mio credo, la profondità della mia anima mi dice che odiare è sbagliato, sempre. Chi odia rafforza il suo nemico, nella precisa misura della potenza del suo odio. E' una legge matematica. So che è così, con certezza, ma stavolta è una battaglia terribile con me stesso. Per il disprezzo, invece, nessun problema: illimitato!!!
  8. Grazie, Gastardo, non prendertela se ti sento come un padre amorevole... ---------------------------------- Bene, @Rafelnikov. Grazie come sempre, Rafelnikov, per il tempo che dedichi alla nostra discussione, per la tua signorile compostezza (cosa rarissima nelle interlocuzioni, soprattutto via internet), e anche per la capacità di compendiare in pochi punti essenziali l’epistemologia e il pensiero popperiano. Scrivi: Sulla natura della conoscenza (congetturale) e sull'impossibilità di raggiungerla, siamo in perfetto accordo. Questa è una citazione di Popper che condivido (anche per me ciò non vuol dire che concordo su tutta la sua filosofia). Mi sono permesso di sottolineare i due termini di una locuzione che, come cercherò di mostrare, almeno in modo extra contestuale, è ossimorica. Una conoscenza, se tale, non può essere congetturale, mentre di sicuro lo è un’opinione. La questione fu affrontata in modo magistrale da Platone, nella sua cosiddetta “teoria della linea”, nel mito della caverna, e altrove. Per facilitare che ci segue (i soliti tre asceti) allego due link con una buona epitome; uno Wikipedia, e l’altro un sito generalista, avendo cura di sottolineare (con decisione) che il significato attribuito da Platone e dai greci, ma direi da tutti (fino a Galileo), al termine “Scienza”-“Episteme” non ha nulla in comune con l’accezione moderna*. La Scienza, mi pare che su questo ci sia un accordo, non si muove sul terreno della conoscenza come intesa da Platone, Aristotele, dal tomismo, e in genere da (quasi) tutta la filosofia, almeno fino a Kant; si muove, al contrario sul terreno della doxa, della congettura, appunto, dell’opinione. E lo fa con i mezzi e tra le problematiche che qui abbiamo brevemente passato in rassegna. Per cui, andiamo con ordine: concordo con te e con Popper – infatti è quanto ho sostenuto fin dall’inizio – che il processo di indagine sulla natura, per tramite del metodo scientifico, è interminabile. Citi Popper: Noi non sappiamo niente - questo è il primo punto. Di conseguenza dobbiamo essere molto modesti - questo è il secondo punto. Che non diciamo di sapere, quando non sappiamo - questo è il terzo punto. Questo è all'incirca la concezione che io vorrei volentieri rendere popolare. Ma non è che ci siano troppe speranze." Uhm … questo paragrafo, a parte l’esortazione alla modestia, è un capolavoro di ambiguità, e, se preso alla lettera - trattandosi di filosofia, non credo che si possa prendere come allegoria - si avvita in una contraddizione insolubile. Ovviamente, parto dal testo, non potendo sondare le intenzioni extra testuali dell’autore. D’altro canto, un buon autore si distingue per la chiarezza, e non certo per la necessità di lavoro ermeneutico da parte di altri. D’altro canto ancora, tu me lo hai presentato senza commento interpretativo, lasciandomi intendere (salvo che non abbia capito male) che gli enunciati del testo erano esplicativi e completi. Se ho frainteso la tua intenzione, correggimi, dato che, come (dimostrerò), se questo testo fosse una parte di tesina di uno studente, marcherei a matita blu (errore grave) quanto segue. 1°, se noi non sappiamo niente (primo enunciato, principale), su cosa costruiremo il secondo enunciato (subordinato), dato che per necessità questo deve derivare dal primo? Se la premessa è il niente, come si fa a porre il niente come premessa dialettica di un discorso?*2 2°, se non sappiamo niente, come facciamo a sapere che non sappiamo niente? 3°, se non sappiamo niente, contrariamente a quanto Popper afferma nel secondo periodo (Di conseguenza dobbiamo essere molto modesti), non abbiamo alcuna conseguenza da trarre, giacché si possono trarre conseguenze (eventualmente) solo da qualcosa e non dal niente. 4°, “Che non diciamo di sapere, quando non sappiamo - questo è il terzo punto”; A, a dire il vero, questo pertiene il galateo, per un verso; e il Codice Penale – vedi alla voce “millantato credito” per l’altro verso. B, sulla scorta del punto 2 (si vede che Popper non si accorge dell’abbagliante contraddizione), come facciamo a sapere di non sapere, visto il punto 1? La consapevolezza di non sapere deve necessariamente fondarsi su un sapere (vedi il celeberrimo “Io so di non sapere” di Socrate, a seguito della storia del suo amico Cherefonte e della Sibilla, in cui la contraddizione è solo apparente); ciò che Popper nega nella premessa. Insomma, Popper è persino troppo discutibile; ad avere tempo e se ci fosse uno scopo, non sarebbe così difficile estendere l’analisi appena fatta a tutta la sua filosofia, soprattutto alla parte politica, alla sua concezione di libertà, di società e di scopo. Non si dimentichi che “società aperta” (locuzione coniata da Bergson e da Popper sviluppata) è il logo del plutocrate Soros, che si dichiara discepolo e fedele esecutore delle direttive di Popper. Per carità, in questo caso, credo che Popper avrebbe preso le distanze da un tale ripugnante discepolo. Nella sua lettura più approfondita, “La società aperta e i sui nemici” si rivela un’utopia, non meno rarefatta dello Stato platonico che Popper così aspramente criticò. Per amore di verità, la sola che mi interessi, anche se per ragioni del tutto diverse, sono contraddittorie entrambe le concezioni. Di Popper rimane la geniale intuizione del metodo, per me molto potente, a patto che se ne conoscano esattamente le premesse, i limiti, e le prospettive. Mi interessava mostrare che la Scienza e la conoscenza del mondo non hanno quasi nulla in comune; e che la Scienza non è oggettiva né normativa. Spero di avere dato un piccolo contributo. La gente è stata ingannata, deliberatamente, non certo dagli scienziati onesti, ma di chi si appropria fraudolentemente del loro lavoro e il loro prestigio, allo scopo di imporre la visione del mondo scientista, che con la scienza non ha nulla a che vedere, ma che è un dogma ideologico, che è quella dottrina, totalmente falsa, secondo cui la sola conoscenza certa è il fisicalismo riduzionista, e le sue ricadute nella sfera umana. Non fossi stato chiaro, semmai ci sarà un seguito. http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_della_linea *2 Questo, per inciso, è il buco nero logico di ogni relativismo
  9. Gastardo ha ragione, e su questo non credo ci siano scuole di pensiero che tengano. Per quanto mi riguarda, credo che sarebbe da spostare tutta la discussione, dal 18 Aprile 2014. Come titolo, mi permetto di suggerire - anche se un po' liso, e molto, troppo, ambizioso - "Scienza, conoscenza, realtà". O magari giù di lì.
  10. P.s. Addenda, se è vero questo che scrivi: ... ecc... devi trarne le ineluttabili conseguenze. Ossia, sono sempre e comunque, e a proposito di qualsiasi cosa, pochi coloro che hanno motivi validi (ossia: giusti e veri) per qualsiasi cosa. Il paradosso, del tutto apparente, è che spesso capita persino che qualcuno possa fare e pensare la cosa giusta, per ragioni del tutto sbagliate. Hai ragione anche sul fatto che, salvo pochissime eccezioni, le persone ragionano per apparteneza di gruppo, tifoseria. Vuoi che dicano bianco, vuoi che dicano nero, lo fanno per le ragioni sbagliate. D'altro canto, se così non fosse, come potremmo trovarci a questo punto? Temo, J-J, che tu ti stia avvicinando a capire che le cose stanno esattamente all'inverso di come ci hanno cantato fin dall'asilo. Tutto ciò che è stato gabellato come valore è disvalore. E viceversa.
  11. Quasi tutto sottoscrivibile. Riconfermo che all'"uomo della folla" (titolo di un profondissimo racconto di Poe) si può far credere e far fare qualsiasi cosa. Se è vero, occorre trarne la conseguenze: la democrazia è un sistema di dominio oligarchico persino peggiore degli altri; giacché fonda su un inganno intrinseco. Ciò detto e confermato, gli spaccavetrine hanno una matrice ideologica precisa e inequivoca: sono residui teppistici del disfacimento dell'ideologia marxista; utilizzati, alla stregua di utili idioti, dalle centrali del potere, soprattutto dai Servizi. A costoro è facilissimo far fare qualsiasi cosa, anche sgolarsi per il bianco e nero, contemporanemente. Nel caso di specie, la mossa migliore, fossi un capoccia dei Servizi, sarebbe utilizzare questi idioti per sostenete la causa anti vaccini. Si chiama doppio, triplo, quadruplo, depistaggio. La questione va risolta a monte, e come sempre passa attraverso la comprensione dei processi in atto; e in questo caso la soluzione è semplice: segui i soldi! Ma ancora più in alto, sta la capacità di discernere il giusto dall'ingiusto, il bene dal male. Imporre ope legis (per forza e con la forza di legge) l'inoculazione dei vaccini, è un fatto criminale; chi si oppone, caro J-J, non è un criminale di segno contrario. Anche se può essere un bandito per molte altre ragioni. Chiara la differenza?
  12. Anche stavolta, Rafelnikov, la tua esposizione della posizione di Popper è inappuntabile; ciò non vuol dire che la posizione di Popper lo sia, nel senso che sia esente da critiche. Non sto sostenendo, sennò lo sosterrei, che la sua impostazione metodologica sia del tutto errata, è una delle tante possibili, vera, nella misura in cui lo sono le premesse esplicite e, ancor più importante, implicite. A proposito di queste ultime, come non pensare a Feyerabend, che certamente coglie nel segno allorché denuncia la ben poco epistemologica faciloneria con cui si sussume che i “fatti” siamo fatti e basta. Ossia che esista un dato ultimo (o primo) irriducibile di natura, che si impone trascendendo ogni cornice di riferimento. È del tutto ovvio che tale premessa (implicita) è errata, dato che, al contrario, si impone con assiomatica evidenza che un processo/fenomeno diventa tale (anziché passare inosservato) solo in rapporto alle cornici di riferimento di cui parlavo, che Feyerabend chiama “quadri”. Un fenomeno diventa tale solo se esiste, e solo nella misura in cui sia cosciente, un soggetto che abbia la facoltà di concepirlo ed eventualmente percepirlo. I “fatti” cioè, sono un processo relativo al contesto, e dato che i contesti sono indefiniti e innumerabili, il relativismo già presente nella epistemologia popperiana, fa, del tutto logicamente, un passo ulteriore verso ciò che stato chiamato” anarchismo epistemologico”. (Il sole, lo stesso sole, è una cosa completamente diversa per un maori, per un bambino, per un ragioniere, e per un astronomo. Uno scienziato vero questo lo sa, uno scientista no. Qual è il criterio di verità per stabilire, oggettivamente, quale sole è quello vero, o quello più vero?). Questa mi pare la parte più interessante (purtroppo destruens) dell’apporto feyderabendiano; il resto, soprattutto la sua critica della ragione, facendo uso della ragione stessa, rischia di farmi inabissare nei pantani della noia. Però ci riporta al punto, che non concerne l’analisi critica dei singoli approcci epistemologici (di cui si potrebbe magari discutere; ad esempio, avrei da muovere a Popper delle critiche piuttosto radicali), ma, come ho scritto a più riprese, il significato e i limiti, all’interno della Scienza, di due precisi termini: 1°, conoscenza, 2°, oggettività. Circa il secondo, ho già prodotto un argomento al quale, sicuramente per ragioni di tempo, non hai obiettato, questo: Nella scienza, del tutto empiricamente, verità e utilità coincidono. Sono pienamente d’accordo con Rorty. Per quale ragione, altrimenti, uno dei criteri fondanti del metodo, oltre alla falsificabilità, è la capacità predittiva? La ragione mi pare tanto ovvia, che troverei poco rispettosa una spiegazione. E quindi trova ancora conferma l’assunto di Rorty (che certamente non è il solo su questa linea). Sarà un nichilista, ma su questo ha ragione. Si tratta, per concludere, di intendersi sui significati: se è questo che la scienza intende per verità, allora posso accettare il termine. Ma se questa è l’accezione, essa (verità, anche contingente) non ha alcun rapporto col reale; essendo il concetto di utile quanto di più convenzionale, aleatorio, ed evanescente, concepibile. Bene, se su questo siamo d’accordo, direi che il confronto dialettico ha portato chiarezza; diversamente, sempre che tu ritenga valga la pena farlo, esponimi le ragione del disaccordo. Al mio argomento, volto a mostrare l’illusorietà dell’oggettività scientifica, aggiungo quello appena accennato di Feyerabend; anche questo, seppure da una visuale molto diversa dalla mia, secondo me insuperabile. Quanto poi alla “conoscenza”, che io nego trovi il minimo luogo nel discorso scientifico, spero che qualora tu dissenta (cosa che non ho capito), mi mostri l’oggetto del disaccordo. Che secondo me non avrebbe dove poggiare, dato che la tesi fondante di Popper, per limitarmi a lui, è che “la conoscenza umana è incerta, poiché non vi sono verità evidenti su cui poterla fondare”. Insomma, consentimi d’essere ironico, anche perché, per carattere, non patisco l’autorità dei mostri sacri; non essendovi (per Popper) verità evidenti, su cui fondare la conoscenza, su cosa la fondiamo, sulle verità non evidenti? L'avvicinamento alla conoscenza di cui parla Popper, ma qui mi ripeto, riguarda il metodo, non la sfera ontologica; cosa di cui la scienza - ripeto ancora, legittimamente - non si occupa. La radice di queste irrisolvibili contraddizioni fu conficcata nel terreno della cultura occidentale da Cartesio, col suo “Cogito, ergo sum”, delizia dell’antropomorfismo > razionalismo > umanesimo > transumanesimo. L’illusione che il pensiero, che è l’astrazione del e dal reale, preceda causalmente il reale; che possa darsi un cogito non dipendente, ontologicamente, da un esse. Errore madornale e fatale. Se si capisce questo, in totale controtendenza col modernismo, ci si è liberati dal cappio del boia. .
  13. La tua vicenda, caro amico, oltremodo tragica, non smuoverà neppure un capello nella testa di chi si è auto proclamato il sale della terra e la corona della creazione. Costoro si credono i prescelti per la realizzazione della "sorti progressive della Storia". Quando i dormienti si renderanno conto di quanto i prescelti sono pericolosi e distruttivi, sarà troppo tardi.. Mi spiace, davvero.
  14. Mi piacerebbe sapere perché sei convinto che a ruoli invertiti, la parte ora soccombente si comporerebbe allo stesso modo, su quali basi, quali elementi?. Non tutti gli esseri umani patiscono la mentalità totalitaria. Infatti, sono proprio coloro che si dicono contrari alla coercizione alla sommnistrazione di vaccini, che tracciano un confine netto e invalicabile tra diritto alla salute e dovere alla salute. Sempre nella ipotesi, puramente remota, che i totalitari (guarda caso anche stavolta gli umani) siano titolari della "verità scientifica", su cui qui si dibatte.
  15. Grazie, Rafelnikov, a nome personale e dei tre asceti che stanno seguendo questa discussione, per la eccellente esposizione che hai prodotto; devo ammettere che io stesso dubito sarei stato capace di mettere assieme una così stringata sintesi e tanta chiarezza. Davvero complimenti. Dopo la leccatina, fatale, arriva la terrificante congiunzione avversativa “ma”. Questo “ma” non si riferisce al resoconto, in sé, della posizione di maggioranza della comunità scientifica sul tema; esso, ripeto, è eccellente; effettivamente, quello da te esposto è un resoconto corretto. Il “ma” si riferisce, qui sono costretto a semplificare, a pochi punti precisi; che tuttavia costituiscono il punto nodale della nostra questione. Scrivi: “Nel suddetto schema i tentativi di soluzione devono essere oggettivati in maniera tale da poter essere confutati o falsificati”. “Oggettivati” come? Da dove salterebbe fuori un criterio la cui proprietà di oggettività sia in esso stesso intrinsecamente presente? Sia la selezione dei tentativi di soluzione, sia i criteri di oggettivazione non si impongono da soli, come avessero un’intrinseca e irresistibile autorità; entrambi sono frutto della scelta di un agente, che essendo un soggetto, può partire soltanto da se stesso, e quindi non può che essere soggettivo. Altri agenti, presso le medesime condizioni, avrebbero verosimilmente fatto, o potuto fare, scelte diverse, e così avremmo avuto teorie esplicative diverse, a fronte di fenomeni identici. So che risponderai: “La teoria migliore sarà quella che spiega più fatti e permette migliori previsioni”. Bene, certo; ma questo ragionamento (non mi riferisco te Rafelnokov) ha il vizio della circolarità e delle regressione infinita. Chi è che decide quali siano i fatti rilevanti; chi è che decide quali siano le previsioni importanti, e il metro di valore che da scarso porta a sufficiente, da sufficiente a buono, e da buono a ottimo? Non potrà che farlo un soggetto che, per cercare di essere oggettivo, dovrà elaborare una metateoria, la quale, alla fine lo porterà nella medesima situazione di partenza. Salvo ripartire con una meta-metateoria… Questo cappio è noto, Rafelnikov, e non c’è modo di toglierselo dal collo, lo cacci dalla porta e rientra dalla finistra. È l’incompletezza in sé medesima, come Godel dimostrò per l’aritmetica. Altra cosa, scrivi: “'idea di avvicinamento alla verità è una delle più importanti idee della teoria della scienza. Questo dipende dal fatto che la discussione critica di teorie in competizione è di enorme importanza. Ma una discussione critica viene regolata da precisi valori. Essa necessita di un principio regolativo o, nella terminologia kantiana, di un'idea regolativa. Tre sono le idee più importanti, tra le idee regolative che governano la discussione critica: 1) l'idea di verità; 2) l'idea di contenuto logico ed empirico di una teoria; 3) l'idea di contenuto di verità di una teoria e di avvinamento alla verità. Che l'idea di verità domini la discussione critica lo si evince dal fatto che si discute criticamente una teoria nella speranza di eliminare le teorie false”. Ecco, è precisamente questo il punto cruciale. Il significato di “verità” in ambito scientifico, che non coincide né con quello teologico (poco male, dirà che di teologia sa nulla), né con quello filosofico, almeno per ciò che la filosofia fu prima di diventare ancella della scienza, anziché viceversa. Parto diretto. La Verità non interessa né può interessare la scienza, che, per definizione si occupa del finito del relativo e del misurabile. Lo scienziato in quanto uomo può interessarsi alla Verità; mentre per la scienza in quanto tale, e aggiungo, in perfetta coerenza, la Verità è una nozione priva di significato; dal momento che i casi possibili sono soltanto due: 1°, la Verità (maiuscolo) non esiste, è solo un termine il cui uso residuo è dovuto a un errore di definizione, e quindi non può trovare alcun pregio nel lessico scientifico, oppure; 2°, oppure la Verità esiste. Se così, non troverebbe a fortiori pregio nella scienza, dato che Essa, nella nostra ipotesi, non potrebbe che essere infinita, assoluta, e incommensurabile. Pertanto, la verità cui fai riferimento nel tuo post deve avere altra connotazione; con ogni evidenza ti riferisci alla verità relativa, concernente il fenomenico. Certo, ma quale ne è il fondamento? Atteso che per la scienza non ha senso parlare della Verità Assoluta, cos’è che renderebbe vera una verità relativa? Uhm … conosco la risposta: l’analisi empiro-critica per mezzo della ragione. Ah sì? E su cosa fonda la certezza che la ragione sia razionale, visto che per stabilirlo dobbiamo partire proprio dalla razionalità che vorremmo dimostrare? Dilemma senza soluzione; già affrontato da Platone, nella polemica contro i sofisti. Tutt’oggi e per l’eternità irrisolvibile, eppure, su questa irrisolvibilità si fonda l’edificio di tutto il pensiero moderno. Difatti, coerentemente, un filosofo di primissimo piano come Richard Rorty afferma che non esiste alcun modo per fondare la conoscenza, portando alle ultime conseguenze il relativismo da cui nasce l’idea stessa di scienza modernamente intesa. In questo, Rorty è coerente, mentre la maggior parte dei filosofi contemporanei (tralascio la filosofia continentale, non trovandoci alcuna Sophia, e neppure un accenno di filos) non lo è. La scienza si occupa del contingente, e quindi, per esigenze epistemologiche, ma anche per dovere di chiarezza lessicale, occorre chiedersi quali siano i rapporti tra la contingenza e le verità relative. La sola cosa che una filosofia può fare una volta assunto il contingente e il relativo come orizzonte ultimo, è, metodologicamente, arrivare fino in fondo*. E così, come in tutta la filosofia contemporanea coerente, e quindi dietro ogni opera della modernità, alla fine, in fondo, si trova il nulla. Solo approdo possibile della premessa. Per cui, sempre citando Rorty: “la verità è semplicemente il complimento tributato ad un enunciato che si sia dimostrato utile”. Nella scienza, del tutto empiricamente, verità e utilità coincidono. Sono pienamente d’accordo con Rorty. Per quale ragione, altrimenti, uno dei criteri fondanti del metodo, oltre alla falsificabilità, è la capacità predittiva? La ragione mi pare tanto ovvia, che troverei poco rispettosa una spiegazione. E quindi trova ancora conferma l’assunto di Rorty (che certamente non è il solo su questa linea). Sarà un nichilista, ma su questo ha ragione. Si tratta, per concludere, di intendersi sui significati: se è questo che la scienza intende per verità, allora posso accettare il termine. Ma se questa è l’accezione, essa (verità, anche contingente) non ha alcun rapporto col reale; essendo il concetto di utile quanto di più convenzionale, aleatorio, ed evanescente, concepibile. Se per “conoscenza”, si intende quella di modelli tali da poter fare delle previsioni sul comportamento di sistemi e processi, allora, anche in questo caso e con questa precisa accezione, la scienza rende disponibili conoscenze. Solo che tale “conoscenza” nulla ha a che spartire con la autentica conoscenza del reale, che altro non può essere, nella definizione dell’aquinate, “adequatio rei et intellectus”. Per la scienza, “intellectus” nella accezione aristotelico-tomista, non ha alcun significato. Il che è quanto volevasi dimostrare. * Qui tralascio l’insuperabile contraddizione in termini di ogni relativismo, che si trova impossibilitato a fondare se stesso, non essendoci, nella sua stessa definizione, fondamento alcuno. Tralascio pure l’altra insuperabile contraddizione di tutta la modernità: aver decorticato l’essere umano dall’Intelletto, riducendolo a una mera unità di computo biologica, la cui essenza deriva dalla cieca casualità, e il cui destino coincide con essa. Insomma, la cialtronata del darwinismo (paleo, neo, post, meta, ecc…) in due parole: prima c’è l’assoluto zero cognitivo, il nadir della (in)coscienza; poi, per miracolo, mentre il tempo passa, attraverso innumerevoli permutazioni e combinazioni di zeri, spunta qualcosa di diverso da zero. Boh!!! Ma questa è una divagazione dal tema principale. P.s. Se ci campo, mi piacerebbe commentare questo: “Condivido le tesi espresse, precisando inoltre che quando si dice che una proposizione è un pensiero linguisticamente epresso, si dice una cosa giusta, ma non si evidenzia abbastanza nettamente questa oggettività della proposizione. Ciò dipende dalla ambiguità del termine "pensiero". Come in modo del tutto particolare hanno sottolineato filosofi come Bolzano e, dopo di lui, Frege occorre distinguere il processo soggettivo del pensiero dal contenuto oggettivo o dal contenuto logico o informativo del pensiero” P.s.2 A proposito di cosa è scienza e cosa non lo è; e sulla scorta di una domanda fattami di recente da J-J sui vaccini; e ancora su una bella mazzuliata tra il Prof. e me sulla truffa aids; e per finire sul peso determinante che la Politica ha sulla comunità scientifica, (su tutto ciò) allego un link col commento di Blondet (che uso prendere con le pinze, ma che ha le palle che gli fumano) sulla condanna del Dr. Rossaro, per non essersi piegato al totalitarismo imperante. Bene, proprio nella speranza di rendermi (ancor più) antipatico ai sacrestani di tutto ciò che è politicamente corretto, dichiaro che mi consta personalmente la remissione totale di due casi di cancro giudicati inguaribili, con la cura Di Bella. Presto arrestereranno anche lui. Ecco il link: http://www.maurizioblondet.it/solidarieta-al-dottor-paolo-rossaro-perseguitato/ Infinita vergogna!!!!!!!!!!!!!!!!!!! E ancora vergogna, per sempre.