Satori

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About Satori

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    Baro Supremo

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  • Gender
    Male
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    milano
  • Interests
    Dum loquimur fugerit invida
    aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
  1. Quiz Aperto A Tutti

    Non mi ricordo proprio di Fangio, ma sicuramente hai ragione tu.
  2. Quiz Aperto A Tutti

    Verissimo! "32" è nel film l'appellativo di George Eastman (quello con la barba, al centro), un marcantonio tutto italiano alto più di due metri. Mi hanno messo fuori strada le immagini del tizio in camice bianco (che mi ricorda Giacomo Rossi Stuart) e la foto del pilota; che c'entrano col film? Avercene di registi come Bava padre, Fulci, Di Leo!! Pensate, sono stati "rivalutati" di ritorno, solo dopo che Tarantino e altri amerikani hanno spiegato ai nostri critici che registi di razza fossero. Film come Milano calibro 9 o I ragazzi del massacro, se li studiano fotogramma per fotogramma, ancora oggi, negli USA. Milano calibro 9 è del '72, sono passati 45 anni, ed è tuttora un film in cui non riesco a trovare una sola inquadratura fuori posto. Grandissimo Feridinando Di Leo (allora considerato un registucolo)! Chi abbiamo oggi, Virzi?
  3. Quiz Aperto A Tutti

    Mi applico, ma la sinapsi non collega; spremo, ma non viene secreta sostanza.
  4. Una sensazione provata da una persona è una sensazione provata da quella persona. Una sensazione provata da un numero illimitato di persone, rimane una sensazione provata da costoro. A crescere è il numero delle persone, la senzazione rimane la stessa.
  5. Scienza, conoscenza e realtà

    Caro Enio, Dio non si espande, né si comprime, né si accorcia, e, in realtà non fa assolutamente nulla, nel senso più rigoroso e radicale del termine. Il fare o disfare sono proprietà degli enti finiti che, nel fare o disfare perseguono degli scopi, hanno obiettivi, finalità; oppure, obbediscono a scopi, finalità e obiettivi altrui (di altri enti o processi). Tutto ciò pertiene la sfera del mutamento, il divenire di Eraclito, il Samsara Indù e Buddista. La Perfezione Assoluta non ha alcuna necessità di “fare”, giacché tale necessità contraddirebbe nei termini la Perfezione stessa; e avere un obiettivo implicherebbe la mancanza di ciò che si cerca in esso. Anche questo contraddice nei termini l’attributo di Perfezione, che, se tale, nulla può avere fuori di sé. Io comprendo bene che è quasi impossibile pensare a Dio se non come alla cosa più grande, onnipotente, strafighissima, immaginabile; ma è un errore grave. Intanto, perché l’immaginazione è una semplice facoltà umana finita, che non può raffigurarsi altro che cose finite, ma soprattutto, perché, come non mi stanco di dire, Dio non è un Ente. Mi si potrebbe obiettare che lo si è sempre definito l’Ente Supremo, senza accorgersi della abbagliante contraddizione. Se l’attributo Supremo implica (come non può non implicare l’Infinito), come si può definire l’Infinito, dato che, se potesse essere definito, non sarebbe Infinito? In questo caso, tuttavia, si trascura di sottolineare che la sfera della teologia usa quella denominazione in guisa puramente analogica, giusto per far sì che ciò di cui si parla possa essere trattato lessicalmente. L’universo fisico, giacché mi pare che è a questo che ti riferisci, è “fisico” solo in rapporto ad un ente per il quale tale attributo ha la precisa connotazione assegnatagli dalla scienza moderna; la quale, come abbiamo visto è interessata soltanto a quella parte della realtà che può essere misurata, testata e riprodotta. Tale porzione di realtà è infinitesimale in relazione all’universo naturale inteso come Physis (natura, in greco antico), che comprende dimensioni che staranno sempre fuori dalla portata della Scienza e del suo metodo. A sua volta, questo universo non è che uno degli indefiniti possibili (nel senso di “possibile” di cui qui vado dicendo, e per il quale ho rimandato al secondo capitolo del saggio “Gli stati molteplici dell’Essere”, di Guènon, dal titolo “Possibili e compossibili”). Di questo libro allego un link con un estratto, in rete è il massimo che ho trovato; leggere l’originale sarebbe un’altra cosa, e, per chi interessato, farebbe fare un enorme passo avanti alla discussione. http://stefanofiorucci.wordpress.com/2008/05/05/rene-guenon-gli-stati-moleplici-dellessere/ P.s. Eureka! Ho appena trovato "Gli stati molteplici dell'Essere", completo, in pdf. http://appoggiofilosofia.files.wordpress.com/2014/02/rene-guenon-gli-stati-molteplici-dellessere.pdf
  6. Scienza, conoscenza e realtà

    Solo il trascorrere del tempo può dimostrarlo” A, il tempo, qualsiasi cosa sia, è un quid che appartiene alla sfera fisica, ma anche a quella psicologica. Questo è un dato, fermo, indiscutibile, su cui non credo ci si possa mettere a discutere. B, i concetti di possibilità e impossibilità pertengono, invece, l'ambito della logica e della metafisica. Anche questo è del tutto assiomatico. Dunque, partiamo da due premesse vere. Ora, è lapalissiano che un processo fisico (o psicologico) non è un ente cognitivo; per cui, come potrebbe il “trascorrere del tempo” dimostrare alcunché? Se il tempo è la misura del mutamento, cos’altro potrà fare, se non misurare, secondo i criteri di misura determinati dal misuratore? Alla luce di ciò, l’enunciato “Solo il trascorrere del tempo può dimostrarlo” non ha significato alcuno. Se poi volevi dire: “… Solo tra molto tempo qualcuno potrà dimostrare cosa è possibile o impossibile…”, è altra cosa, altro enunciato, altro significato. Ma se è così, scusami, cosa ci assicurerà che gli uomini che forniranno questa dimostrazione – quando sarà trascorso moltissimo tempo – non si sbaglino a loro volta? Giacché tu mi chiedi: “Una semplice domanda: ma chi definisce che qualcosa è impossibile? É impossibile che si sbaglino? ” Per cui, sono io che ora chiedo a te: come farà chi definirà (una volta che sarà trascorso moltissimo tempo) ciò che è possibile o impossibile, a essere certo di non sbagliarsi? Questa è la vera domanda, ed è ovvio che non riguarda solo il futuro, ma soprattutto il presente e il passato. Ed la vecchissima domanda cui Platone diede una definitiva risposta 2400 anni fa, dimostrando la fallacia delle tesi dei sofisti, i quali sostenevano che non esistevano criteri certi per discernere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, il giusto dall’ingiusto, il bello dal brutto, ecc…. A proposito della diade “possibile-impossibile” ho già argomentato (senza incontrare nessuna tua obiezione) che sia logicamente che metafisicamente i due termini sono quasi sinonimi di reale e irreale; con la sola riserva (mi limito al primo termine della coppia) che l’identità tra possibile e reale è data dal “modo” in cui essa si realizza nell’ordine cosmico. Siccome non posso dilungarmi su questo importantissimo tema, se davvero hai interesse a venire a capo della faccenda, ti rimando alla lettura del secondo capitolo del libro “Gli stati molteplici dell’Essere”, di Renè Guènon. Sono otto pagine (nella mia vecchia edizione), nelle quali Guènon compendia da par suo, ossia in modo insuperabile, il nostro argomento, come portavoce di quanto formulato dalle varie Tradizioni filosofiche e Spirituali, con particolare riferimento all’Induismo. Le identiche cose, comunque, seppure con un linguaggio diverso, si trovano in Tommaso, Leibnitz e altri. Ovviamente, nessuno ha mai sostenuto di conoscere analiticamente tutto ciò che possibile o impossibile; ma solo ciò lo è logicamente e metafisicamente. A conti fatti, ci troviamo ancora una volta davanti alla questione del relativismo; su cui ho discusso a lungo qui sul Forum, dando un’inconfutabile dimostrazione della sua falsità. Tutto ciò è partito dal tema dell’impossibilità di conoscere la Mente per mezzo della Mente. Impossibilità di principio e quindi di fatto; dunque, impossibile prima che cominciasse il tempo, per tutta la sua durata, e dopo che si sarà estinto P.s. Ho addotto l'esempio dello pseudo paradosso della pietra, proprio per mostrare quali sono i criteri per definire - logicamente e metafisicamente - ciò che è possibile e ciò che non lo è. In tali criteri, lo scorrere del tempo, o l'accumulo di informazioni, non hanno alcuna incidenza, trattandosi di piani del tutto eterogenei e irriducibili. La sfera della cronologia non ha alcun punto di contatto con (né alcuna ricaduta su) quella della logica. Questo è il nocciolo della questione.
  7. roulette live

    Faccio il tifo per l'amico Emgus; una persona giusta, buona e cara.
  8. Scienza, conoscenza e realtà

    Rafelnikov, sul punto fondamentale non ci siamo. Chiariamo da subito che una possibilità, se tale, deve essere necessariamente reale; essendo una possibilità irreale una contraddizione in termini. Vorrei far capire che queste non sono affatto spigolature linguistiche, ma hanno direttamente a che fare col nocciolo della nostra questione. Se una possibilità è tale, essa è già reale, non secondo una misura fisica come il tempo, ma secondo la modalità che le è metafisicamente propria nell’ordine universale. Faccio notare che il tempo è una delle categorie formative/limitative che definiscono la condizione umana nella sua modalità corporea (per giunta nello stato di veglia; infatti, nello stato di sogno sperimentiamo altri “tempi”, e negli stati alterati sperimentiamo modalità di durata che non potrebbero neppure chiamarsi “tempo”). Per chi vuole approfondire questo aspetto della questione (che è un anello del mio ragionamento), allego un link con un lucidissimo articolo di Renè Guènon; (http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/reneguenon/corpospirito.htm). Inoltre, la locuzione “tempo infinito” è una locuzione vuota, una tale cosa, infatti, è una pura impossibilità; essendo infatti il tempo la misura di qualcosa di finito, la sua estensione, per quanto inimmaginabile, non potrà mai eccedere l’ambito del finito. Entro tale ambito, possono aver luogo – ed è una pura tautologia – solo eventi possibili. La questione sulla quale, temo, ci si stia avvitando, concerne proprio il significato di “possibile”, che è uno di quei termini su cui (e lo farò toccare con mano proprio qui subito appresso) persino fior di titolatissimi filosofi assisi su prestigiosissime cattedre universitarie, spesso, girano a vuoto. A questo proposito cade a fagiolo la classicissima questione che appresso vado ad illustrare. Si tratta del paradosso pietra-Dio-onnipotenza. In realtà, come si vedrà non è affatto un paradosso, e sta qui tutta la nostra questione. Viene trattato come un paradosso, nel momento in cui si equivoca il significato di possibilità; mentre, una volta definiti correttamente i termini, e utilizzatili coerentemente, si vede che si tratta soltanto di una questione mal posta, e non di un paradosso. Per primo, allego un link, con un libro molto dotto, dal titolo “La natura di Dio, un’indagine sugli attributi divini”. Bene, come si vedrà, nessuno dei filosofi cui viene data voce riesce a risolvere la questione, e alla fine risulta che dal momento che Dio non può creare una pietra tanto pesante che Egli Stesso non può sollevare, allora non è onnipotente, e se non è onnipotente, allora non può esistere. Non è così, e questo la dice lunga sulla fiducia che dovremmo stare attenti a riporre negli specialisti di Yale, di Cambridge, o di Pietralia Sottana. Questo è il link, leggete con attenzione: http://books.google.it/books?id=G93bt3Oqi7UC&pg=PA31&lpg=PA31&dq=dio+non+pu%C3%B2+creare+una+pietra+che+non+pu%C3%B2+sollevare&source=bl&ots=scCSyN4tFN&sig=NNGWpKVWi6_f5OC_xVFGWu5320k&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjJkqittJrVAhWDOBQKHe71DmgQ6AEIYjAH#v=onepage&q=dio%20non%20pu%C3%B2%20creare%20una%20pietra%20che%20non%20pu%C3%B2%20sollevare&f=false Bene, mentre mi dannavo per cercare una mia vecchia confutazione a tali argomenti, mi è venuta l’idea di cercare qualcosa di buono di internet, e mi sono imbattuto (su internet ci si “imbatte” sempre) sulla risposta che un anonimo dà su Yahoo answers. Vi lascio il piacere della lettura; questo anonimo fa le scarpe ai titolatissimi Prof. citati nel libro. I miei vivissimi complimenti a questo signore (che infatti, definisce subito questo paradosso “pseudo”; mentre i Prof. ci cascano tutti). “Dio e il paradosso della pietra: Onnipotenza. sono circa 3000 anni che ci si gingilla con questo pseudo paradosso. Dio puo' creare una pietra che nessuno (neppure) lui puo' sollevare? parliamo del Dio giudaico cristiano, ok? iniziamo: Dio è infinitamente potente. ma allora dovrebbe poter creare qualcosa di più potente di lui. ma non è possibile, perché non esiste nulla di più grande dell'infinito. quindi, concluderemmo, Dio non può tutto, ossia, non è infinitamente potente. ma tale conclusione, quella qui sopra, è sbagliata. infatti, continuando il ragionamento... quindi Dio non sarebbe infinitamente potente, giacchè non può essere finitamente potente. l'essere finitamente potente infatti sarebbe la condizione indispensabile a porre qualcosa di più grande di lui, potenzialità la cui assenza in Dio ci ha portato, erroneamente, a definirlo limitato. solo una limitata potenza infatti, permette di porre qualcosa di più grande di lei, essendo che è possibile concepire qualcosa di maggiore solo rispetto a qualcosa di minore, e qualcosa, per essere minore, deve essere necessariamente qualcosa di limitato. il limite della potenza di Dio, insomma, è il suo non poter porre qualcosa che superi la sua potenza. ossia, il limite della potenza di Dio, sarebbe la sua illimitata potenza: a causa di questa non può creare nulla che sia di maggior potenza rispetto a lui. e giacchè non può far questo, concluderemmo che Dio non è infinitamente potente, bensì finitamente potente. Ma è sbagliato concludere così, infatti: per essere così, perché Dio possa avere limitata potenza, dovrebbe poter esistere qualcosa di più potente di lui, giacchè esiste sempre qualcosa di maggiore rispetto a qualcosa di limitato, finito. ma Dio è di infinita potenza, per definizione di Dio, e nulla può esistere di maggiore. ma allora come può essere finito? non può, il suo limite è essere illimitato, ma in realtà, non è un limite, sbagliamo a definirlo tale, è un'imprecisione: Dio è infinitamente potente, e non finitamente potente, perché se fosse finitamente potente dovrebbe esistere qualcosa di più potente di lui, ma visto che non può esistere, la giusta conlclusione non è che Dio non è onnipotente, bensì, che nulla può esistere che possa limitare la sua onnipotenza. Dio, infinitamente potente, e infinitamente "forte", per essere veramente infinitamente potente e "forte", dovrebbe poter creare una pietra che nemmeno lui può sollevare; così recita il paradosso. quindi, data l'infinita forza di Dio, la pietra deve avere un peso tale che nemmeno un'infinita forza potrebbe sollevarla, dovrebbe essere una pietra che potrebbe essere sollevata solo da una forza maggiore di una forza infinita. ma è impossibile che esista una forza maggiore di una forza infinita, quindi non può esistere una pietra di tal fattura. quindi possiamo forse concludere che Dio non è infinitamente forte e potente? al contrario: il problema è che è infinitamente forte.. e la potenza di creare questa pietra? non è vero che Dio è impotente a creare questa pietra, che Dio non può, che esiste una mancanza di Dio, dimostrata dall'impossibilità di creare tale pietra? no. innanzitutto, potrebbe benissimo creare una pietra di tal genere, a patto che Dio si autolimiti nella forza: solo a questa condizione Dio, creando un pietra infinitamente pesante, non sarà abbastanza forte, non avrà cioè forza infinita, per sollevarla. altrimenti, l'infinita forza di Dio, la sua infinita potenza, in virtù dell'infinità, non ammette limiti, nulla che la limiti.. la giusta conclusione non è, che Dio allora non è infinitamente potente, ma che nulla può limitare l'infinita potenza di Dio, se non lui stesso. l'impotenza è degli enti, non di Dio. infatti, non è Dio a non potere creare un'ente che lo limiti, ma al contario, è l'ente destinato a non poter mai essere abbastanza "grande" da limitare Dio. l'ente, è limitato, non l'onnipotenza divina, che è infinita. ma a parte ciò Dio ha come suo fine l'amore. a che servirebbe creare una pietra del genere? sicuramente non al suo progetto di amore. Fonte/i: aridaje, oggi ce l'avete con la pietra. tamburino nero · 7 anni fa http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20101203133808AAk8Ok4 Ecco, in questo testo dell’anonimo i concetti di possibilità ed infinito sono trattati in modo corretto; e lo scopo di questi allegati è mostrare, appunto, che non poter fare qualcosa di impossibile non è una limitazione dell’Essere Assoluto, ma semmai una sua perentoria affermazione. Chi ha seguito e capito quanto riportato, non potrà non concordare. Ed allora, a parte la questione dei superpoteri demiurgici attribuito al tempo, che rimane dell’inferenza “se” (si accetta la possibilità di un tempo infinito) … “allora” (tutto è possibile)? No, è doppiamente una falsa inferenza; 1°, una cosa “tempo infinito” non esiste; e non è che non esiste adesso, non può esistere, è un quid di impossibile; 2°, anche se una tal cosa esistesse, esattamente come per questione della pietra, niente, neppure Dio (figuriamoci il tempo!), potrebbe rendere possibile l’impossibile. Detto ciò, vi lascio con una massima di Yun Men "Chi non cerca è addormentato, chi cerca è un accattone" Ma quanto ce la sapevano gli antichi!
  9. Io Sono Una Bestia

    Mi ci tiri per i capelli, Emgus: in ogni caso, c'entra il retto.
  10. Io Sono Una Bestia

    La retta via.
  11. Scienza, conoscenza e realtà

    Le opere di D.T. Suzuki e Lu K'uan Yu presuppongono una certa conoscenza dell'argomento; mentre quelle di Merton e di Watts (che ha scritto altri libri sullo Zen, pur rimanendo "La via dello Zen" il più importante) sono più accessibili. Merton, in particolare, ha il merito pressoché unico di trattare Buddismo e Taoismo quasi da una prospettiva cristiana, e comunque di porre una comparazione tra le due Vie. Di Merton sono particolarmente rilevanti (per il nostro tema) " La via semplice di Chuang Tzu", "Lo Zen e gli uccelli rapaci", "Mistici e maestri Zen", "Diario asiatico". Cosa c'è dietro la nostra testa?
  12. Scienza, conoscenza e realtà

    @Rafelnikov, finalmente ho trovato il testo esatto di Huang Po ( presso: Raccolta della Trasmissione della Lampada del periodo Ching-te), che fu uno dei più eminenti Maestri del Chan cinese (Chan, in cinese, equivale a Zen in giapponese). Completa a perfezione quanto ti andavo dicendo sull'impossibilità di principio di conoscere la Mente per mezzo della Mente stessa: "...Si è creduto nell'esistenza di qualcosa che si realizza o si raggiunge fuori dalla mente, e di conseguenza la mente viene usata per cercarla, non avendo capito che la Mente e l'oggetto della sua ricerca sono la stessa cosa. La Mente non può essere usata dalla Mente per cercare qualcosa, poiché, anche dopo il possaggio di milioni di Kalpa il giorno del successo non potrà mai arrivare...". P.s. Per Kalpa, nelle cosmologie indo-buddiste, si intende generalmente un periodo di tempo lunghissimo, oltre la portata della sfera umana. http://it.wikipedia.org/wiki/Kalpa
  13. Scienza, conoscenza e realtà

    E' vero, tutta la cultura Zen è una cosa fantastica, purché non si trasformi in un ennesimo, alienante, balocco, come temo sia il caso di molto zenismo occidentale. Lo Zen vero è quello trasmessoci dalla letteratura - in cima metto le recenti opere di D.T. Suzuki e Lu K'uan Yu, per tacere della (a parer mio) insuperabile divulgazione di Alan Watts (soprattutto, "La via dello Zen", che sto proprio ora rileggendo per l'ennesima volta). Ma stavo per fare torto ad un altro grandissimo, omettendo i testi di padre Thomas Merton, un monaco trappista americano, vero caso unico nella Storia, con una conoscenza profondissima sia del cristianesimo, che del taoismo, che del buddismo. In ogni caso, resto dell'avviso che prima di rivolgersi a Tradizioni Spirituali diverse dalla propria, bisognerebbe cercare di conoscere bene quella in cui si è nati. Come dice sempre Sua Santità il Dalai Lama, non c'è nulla nel buddismo che non si trovi nel cristianesimo. P.s. Di Merton lessi al diciotto anni "La montagna dalle sette balze", trovato frugando curioso nella libreria di casa. Ne rimasi da subito folgorato, quando lo finii, dissi a me stesso (più o meno): "Ma cos'è questa roba?". Solo molti anni dopo, scoprii i libri di Merton sulle filosofie dell'Asia, ed anche in questo caso, pur conoscendo già queste filosofie, ne rimasi folgorato. Post fa, amici del forum mi chiedevano cosa fare, da dove cominciare, per evitare "sole" (e ce ne sono tantissime). Piano piano sto dando delle dritte. Ecco, Merton fu uno di quei privilegiati radicati nell'Essere, là dove le cose sono totalmente ciò che sono, prima che i nomi fossero pronunciati.
  14. Scienza, conoscenza e realtà

    Enio, ti ripeto, e ti prego di credere che la modestia in questo non ha alcun ruolo, che di mio, nelle cose che scrivo c'è solo la forma. Queste cose che vado esponendo sono antiche quanto la cultura umana; salvo questa bizzarra anomalia che è la cultura moderna, che ha ridotto l'essere umano a una unità di computo biologica su base carbonio. Per essere ancora più chiari: chiediti chi sarebbe l'agente di questo ammutolimento dell'ego? Di sicuro non può essere l'ego stesso, giacché al di fuori di un (completamente ) illusorio centro di esperienza, e un elemento grammaticale (un pronome), non ha nessuna realtà. Allora chi o cosa? Il "Budda che è in noi"? La "Mente di Cristo", ecc.... E che perché mai dovrebbero prendersi la briga di ammutolire qualcosa che non esiste (se non in modo illusorio), allo scopo di richiamare il "Punto Zero"? Come che sia, fare stare zitto, almeno per un po', il mulo parlante - a parte ogni altra considerazione - è un atto di benevolenza verso noi stessi, un fatto prioritario di salute mentale.
  15. Scienza, conoscenza e realtà

    Satori, se il linguaggio è l'unico mezzo per la comprensione allora le conclusioni riportate sono corrette. Ho smesso di credere una cosa simile, che il linguaggio sia l’unico mezzo comprensione, (“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (Tractatus 5.6)), nello stesso momento in cui ho compreso che la proposizione di Wittgenstein o è falsa o è tautologica. A, nel primo caso, la falsità è mostrata in modo inconfutabile dal fatto che il “mio mondo” non scompare una volta che smetto di astrarlo simbolicamente con atti linguistici. Ben al contrario, esso si espande in guisa letteralmente inimmaginabile, e inconcepibile per chi non riesce a liberarsi da quella (generalmente condivisa) forma di pazzia che è il pensare compulsivo, ossia parlare silenziosamente a se stessi dalla mattina alla sera, senza interruzione, per tutta la vita. Questo parlottio continuo è stato definito il “teatro interiore”; un ininterrotto processo di astrazione simbolica dal REALE, che inizia con la formazione del linguaggio e termina con la morte. In altri termini, questa è una delle principali accezioni del termine indù “Maya”, ossia l’illusione, l’artifizio, la malia. Pertanto, stiamo parlando di cose radicalmente diverse; per me e con me tutte le Tradizioni Spirituali della Terra, la vera conoscenza incomincia nel momento in cui cessa il processo di astrazione simbolica (utile solo a scopi pratici, sociali, e non cognitivi in senso stretto), e quindi si esce dal linguaggio. La cosa è tanto vera, che nessuno potrà contestare che il nocciolo di tutte le discipline spirituali consiste nell’imparare a stare zitti (mentalmente) e fermi. Il Soto Zen ne è il migliore e più diretto esempio. Queste Vie, Rafelnikov, non intendono neppure per sbaglio “spiegare” il mondo (qualsiasi cosa significhi spiegare, che poi sappiamo generalmente significa controllare; ed è questo il punto in cui facciamo riferimento a cose del tutto diverse); se ne vogliono sbarazzare; ossia, vogliono sbarazzarsi dell’illusione che l’astrazione linguistica dal reale sia il reale stesso; o che quantomeno dia accesso a un’adeguata conoscenza di esso. In breve, nelle università si insegna a parlare; nei monasteri si insegna a stare zitti. Per illustrare quanto sopra, ho fatto l’esempio del mangiar carne, cercando di evidenziare quanto sia diverso dal parlare della carne. Fra l’altro, l’esempio non è mio; è tratto dalla Tradizione del Buddismo zen, in cui è usato per mostrare precisamente la tesi da me sostenuta. Naturalmente, nulla vieta ad alcuni di pensare che questi signori con la testa (generalmente) rasata, più tutti i loro omologhi delle altre Tradizioni Spirituali – ovunque e sempre – per quanto in buona fede, non abbiano avuto le idee tanto chiare. B, nel secondo caso, la proposizione di Wittgenstein è tautologica; perché, attesa la premessa, afferma che il limiti del mio mondo linguistico sono i limiti del mio mondo linguistico. Vero e non falsificabile. Ma nell'esempio che hai scritto della "bistecca" è evidente la forzatura di descrivere con il linguaggio qualcosa a cui accediamo con altri sensi. Ma certo, se fosse come dici, la mia non sarebbe soltanto una forzatura, ma una pura assurdità; e tu saresti stato davvero clemente. Forse, quanto intendo è troppo semplice, ci riprovo con una domanda: Pierino conosce meglio l’acqua pronunciando la parola acqua, oppure bevendola? Qui si tratta solo di analogia, ovviamente, in quanto la conoscenza sensibile è presa come base, analogica appunto, per la conoscenza Intellettuale ("I" maiuscola, per indicare nous e non ratio-dianoia). Quest’ultima è una forma di conoscenza diretta, extrasimbolica, extralinguistica, possibile e accessibile solo presso quelle particolari e specifiche condizioni che costituiscono la parte operativa delle Vie Spirituali. Cinque secondi di meditazione profonda, ad esempio, (se veramente profonda) bastano generalmente a cambiare per sempre e radicalmente una persona e la sua visione del mondo. La verità di questa proposizione è alla portata di chiunque si prenda la briga di provare, sottoponendosi al necessario addestramento. Diversamente, è come parlare di colori a un cieco. Tuttavia, nessuno impiegherà le energie necessarie per raggiungere questo obiettivo, se non ha già capito, prima – ed è a questo che serve la Dottrina – che non può essere che così. Semmai segue.