Sembrava che fosse stato inventato ormai tutto dal punto di vista dei regolamenti sul gioco d’azzardo, che ci fosse solo da fare piccoli aggiustamenti qua e là e che la creatura fosse, bene o male, marciante, oliata, con le sue storture e le sue divisioni ferree tra Paesi europei e mercati separati. E invece, dal 2026 entra in vigore, udite udite, l’autoesclusione parziale, da pronunciare a voce alta e con una specie di ruggito.
Sulla carta sembra una misura più moderna e flessibile. Nella pratica è una toppa comunicativa che tutela l’immagine del regolatore, protegge il gettito fiscale e scarica tutta la responsabilità sul giocatore.
Il risultato è un sistema che promette controllo ma costruisce frizioni nuove e spesso controproducenti.
Cosa cambia davvero con la cosiddetta autoesclusione parziale
Il principio è semplice. Invece di chiudere tutto, puoi bloccare solo alcune categorie di gioco o limitarti per un periodo definito.
La promessa è una tutela su misura. Il problema è che la parzialità non cura la dinamica di fondo del comportamento di gioco. La modifica e la sposta.
Parzialità che confonde invece di proteggere
Un sistema che complica le scelte invece di chiarirle
Spezzettare i blocchi per categorie crea tre effetti collaterali evidenti.
- Confusione operativa. Il giocatore medio non distingue in modo chiaro le categorie tecniche. Il perimetro dei blocchi non è intuitivo e favorisce scelte impulsive.
- Aggiramento naturale. Se una categoria è chiusa, il passaggio a prodotti contigui resta aperto. La spinta a cercare alternative è incorporata nel design.
- Frizione cognitiva. Aumentare le opzioni non aumenta la protezione. Aumenta l’attrito decisionale in un momento in cui servirebbero scelte nette.
Effetto boomerang: il divieto parziale spinge a scoprire nuovi giochi
Quando il limite diventa un incentivo
Bloccare solo alcuni giochi e lasciarne altri aperti può produrre l’effetto opposto a quello dichiarato. Il giocatore limitato si ritrova con tempo, attenzione e budget dirottati verso prodotti che magari non frequentava. La novità agisce da incentivo. Si sperimentano nuovi giochi, nuove meccaniche, nuove routine. Invece di ridurre il perimetro del problema, lo si frammenta e lo si moltiplica.
Tradotto. La misura che dovrebbe ridurre l’esposizione rischia di aumentare la superficie di contatto con l’offerta. Più scoperta, più variabilità, più occasioni di ricaduta.
Responsabilità di facciata, tutele strutturali assenti
Tutto sulle spalle del giocatore
Il messaggio istituzionale parla di responsabilizzazione. Nei fatti non vengono introdotti strumenti di supporto strutturali che accompagnino la scelta di limitarsi. Non c’è un percorso di accompagnamento, non c’è un meccanismo di intervento quando emergono pattern di rischio. Tutto resta sulle spalle dell’utente, proprio quando l’autoregolazione è più fragile.
Account aperti, stimoli sempre accesi
Chiudere a metà non è chiudere
La parzialità lascia l’account vivo. Questo significa presenza continua di stimoli. Notifiche, promozioni indirette, ambienti di gioco che restano accessibili. La chiusura netta riduce i trigger. La limitazione parziale li mantiene. La differenza pratica è enorme per chi prova davvero a staccare.
Nel caso in cui l’utente abbia un problema conclamato di azzardopatia, che soluzione può essere quella di chiudere l’accesso ad alcuni giochi ma lasciare aperto quello ad altri. Mah.
Il non detto: numeri più belli, gettito più stabile
Il vantaggio politico che nessuno dice ad alta voce
Con l’autoesclusione parziale diminuiscono le autoesclusioni totali registrate. Statisticamente sembra che il sistema funzioni meglio. In realtà si riduce solo l’impatto visibile. Il giocatore resta nel circuito, anche se limitato. Il flusso fiscale continua. L’immagine del regolatore migliora. La tutela sostanziale non fa un salto di qualità.
La contraddizione di fondo
Se l’obiettivo fosse davvero la riduzione del danno, la priorità sarebbe semplificare le scelte e rendere la pausa netta, immediata e protetta da stimoli. Qui si fa il contrario. Si moltiplicano le opzioni, si mantengono canali aperti, si costruisce una tutela modulare che sembra gentile ma è fragile nei momenti in cui servirebbe rigidità.
È un po’ come dire a una persona che sta cercando di staccare da un’abitudine distruttiva: “Non serve fermarti del tutto, prova solo a cambiare routine, frequenta altri ambienti simili, scegli versioni alternative della stessa cosa”. Formalmente sembra un aiuto. Nella pratica si resta immersi nello stesso ecosistema di stimoli che alimenta il problema.
Conclusione
L’autoesclusione parziale è una soluzione che suona bene e funziona bene a livello di comunicazione. Sul piano pratico rischia di spostare il problema, non di ridurlo. Crea percorsi di fuga interni al sistema, incentiva la scoperta di nuovi giochi e preserva la continuità del flusso economico. Paternalismo di facciata, tutela di carta. E anche oggi i problemi li risolviamo domani.