Ci sono cose che a un certo punto sembrano inevitabili. Ne parlano tutti, le provano tutti, finiscono in televisione, sui giornali e nelle conversazioni al bar. Per un po’ danno persino l’impressione di essere destinate a restare lì per sempre. Poi passa qualche anno e spariscono quasi senza salutare.
È successo al poker televisivo. È successo, molto più velocemente e con conseguenze decisamente peggiori, alle opzioni binarie. E sta succedendo anche al padel, anche se lì siamo ancora nella fase in cui metà del paese cerca di prenotare un campo e l’altra metà sta pensando di aprirne uno.
Il Totocalcio è un’altra storia ancora. Non è stato una moda passeggera e non è stato nemmeno spazzato via da un regolatore: semplicemente ha smesso di appartenere al mondo in cui era nato.
Stesso punto di partenza, finali completamente diversi.
Il poker che non è morto, nonostante sembri
Il boom del poker moderno ha una data abbastanza precisa: 2003. Quell’anno il World Poker Tour arriva sul Travel Channel americano e Chris Moneymaker, un commercialista qualificatosi online con 86 dollari, vince il Main Event delle World Series of Poker.
Il resto lo fa la televisione, grazie a un’idea tecnica tanto semplice quanto geniale: mostrare agli spettatori le carte che i giocatori tengono coperte. Fino a quel momento guardare una partita di poker significava osservare gente seduta attorno a un tavolo che, per buona parte del tempo, non ti faceva capire cosa stesse succedendo. Con le hole card in sovrimpressione cambia tutto. All’improvviso sai chi sta bluffando, chi ha il punto migliore e chi sta per infilarsi in un disastro. Due persone ferme a guardarsi in faccia diventano materiale da thriller.
In Italia il fenomeno arriva con qualche anno di ritardo, ma quando parte non si risparmia. Sanremo ospita l’European Poker Tour, i satelliti online si moltiplicano e il poker finisce in televisione con commentatori che il pubblico conosce già per altri motivi. Fabio Caressa, quello delle partite di Serie A, racconta prima il World Poker Tour e poi il campionato italiano del 2007 insieme a Pupo. Nel 2009 conduce anche Poker Web su Cielo.
Per un paio d’anni il poker riesce nell’impresa piuttosto surreale di sembrare quasi uno sport nazionale. E una quantità enorme di giocatori italiani scopre il Texas Hold’em proprio davanti alla televisione.
Poi, inevitabilmente, il giocattolo si consuma.
Negli Stati Uniti la stretta legislativa del 2006 complica pesantemente il mercato del poker online. Nel frattempo l’effetto sorpresa della telecamera sulle carte, dopo mille repliche, non sorprende più nessuno. Il pubblico occasionale comincia a guardare altrove e chi cerca intrattenimento interattivo trova Twitch, videogiochi e una quantità praticamente infinita di altre cose con cui perdere tempo.
È il normale ciclo delle mode di massa: arrivano in tanti perché ne parlano tutti, restano finché sembra interessante e poi migrano in blocco verso la novità successiva. Oggi molti sono sul campo da padel. Tra qualche anno probabilmente scopriranno che esiste un’altra attività senza la quale, improvvisamente, non potranno più vivere.
Il poker, però, non è finito. È semplicemente tornato a essere poker.
Il circuito live continua, le World Series, l’European Poker Tour e i tornei italiani continuano ad attirare giocatori e a distribuire premi. È rimasta soprattutto la parte che non dipendeva dalla televisione: quella di chi il gioco lo studia, lo analizza e continua a giocarlo anche senza il commento di Caressa e la musica drammatica in sottofondo.
Dario Minieri, che fine ha fatto?
Se il boom italiano del poker avesse dovuto scegliere una faccia, probabilmente avrebbe scelto Dario Minieri.
Romano, classe 1985, gioco aggressivo e quella sciarpa a righe bordeaux e oro che, nel giro di poco tempo, diventa quasi un marchio di fabbrica. Nel 2006 arriva terzo all’EPT di Baden, nel 2008 vince un bracciale alle World Series of Poker e pochi mesi dopo sfiora il titolo all’EPT di Sanremo. Entra nel Team PokerStars e diventa anche famoso per essere stato il primo a comprarsi un’auto usando i punti del programma fedeltà del sito.
Per chi ha iniziato a seguire il poker in quegli anni, Minieri non era semplicemente un giocatore famoso. Era uno di quelli che facevano venire voglia di provarci.
Nel frattempo, però, il poker è cambiato parecchio. Quello stesso stile aggressivo e istintivo che aveva contribuito a renderlo riconoscibile nasceva in un’epoca in cui l’informazione strategica era molto meno accessibile. Oggi i giocatori studiano con software, database e strumenti basati sulla teoria dei giochi. Per restare competitivi ai livelli più alti non basta più avere intuito, coraggio e una discreta tolleranza per il rischio: bisogna anche fare i compiti.
Minieri negli ultimi anni si è visto meno nei tornei più importanti. Il suo ritorno nel 2026, però, è stato raccontato dalla stampa di settore più come il rientro di un veterano che continua ad amare il gioco che come l’ennesima operazione nostalgia.
Ed è forse questo il punto. Molti hanno scoperto il poker perché era diventato di moda e lo hanno mollato quando ha smesso di esserlo. Minieri, pur con un percorso molto diverso da quello dei tempi d’oro, al tavolo è rimasto. La moda è passata. Il gioco, per lui, evidentemente no.
Totocalcio, quando non basta cambiare le regole
Il Totocalcio, invece, non è stato travolto dalla noia e nemmeno da un decreto. Ha avuto semplicemente un problema che nessun restyling riesce a risolvere facilmente: il tempo.
Tutto comincia il 5 maggio 1946. La prima schedina non si chiama ancora Totocalcio: nasce sotto il marchio Sisal, costa 30 lire e propone dodici partite. L’idea è del giornalista Massimo Della Pergola insieme a due soci e il debutto non potrebbe andare molto meglio: Emilio Biasotti indovina tutti e dodici i risultati già al primo concorso.
Nel 1948 il gioco viene nazionalizzato, passa ai Monopoli di Stato e prende il nome con cui sarebbe diventato un pezzo della cultura popolare italiana.
Per decenni il Totocalcio è molto più di un modo per scommettere sul calcio. È un rito. La schedina compilata al bar, la penna, il dibattito su quella partita di Serie B che nessuno ha visto ma sulla quale bisogna comunque decidere se mettere uno, X o due. Il sogno del 13 accompagna intere generazioni, comprese persone che di calcio, a voler essere generosi, conoscevano soprattutto i colori della propria squadra.
Negli anni Ottanta e Novanta il Totocalcio distribuisce fino a mille miliardi di lire a stagione. Il 1993 è l’anno dei record: il 7 novembre tre schedine, giocate a Crema, Patti Marina e in un autogrill sulla Napoli-Salerno, si dividono oltre 5,5 miliardi di lire. Poche settimane dopo arriva il montepremi più ricco nella storia del concorso, quasi 34,5 miliardi.
Poi il mondo attorno cambia più velocemente della schedina.
Nel 1998 il mercato delle scommesse sportive viene liberalizzato e il Totocalcio perde il monopolio di fatto che aveva avuto per decenni. Da quel momento chi vuole scommettere sul calcio può scegliere quote, mercati e, con l’arrivo delle piattaforme digitali, farlo direttamente dal telefono.
I numeri raccontano bene il resto: circa 800 milioni di euro di raccolta nel 2000, 98 milioni nel 2010, 17 milioni nel 2017.
Ma attribuire tutto alla concorrenza sarebbe troppo comodo. C’è anche un evidente ricambio generazionale. Chi è cresciuto negli anni Settanta e Ottanta ha imparato a “fare la schedina” quasi come si imparava un’abitudine di famiglia. Per chi è arrivato dopo, invece, quel gesto non ha mai avuto lo stesso significato. Il calcio si segue sullo smartphone, si commenta in tempo reale e, se si vuole scommettere, si hanno centinaia di mercati disponibili senza dover cercare una ricevitoria e discutere davanti a un foglio di carta.
Nel 2019 il Totocalcio viene di fatto sostituito da un nuovo concorso con regole diverse. Finisce così un ciclo durato 73 anni.
È probabilmente la storia più malinconica delle tre, perché qui non c’è davvero un colpevole. Non era una truffa, non era un prodotto che viveva solo di pubblicità e non è sparito perché nessuno sapesse più come giocarci. Semplicemente apparteneva a un’epoca che non c’è più.
Opzioni binarie: la moda che è finita per decreto
Qui, invece, di malinconico c’è ben poco.
Le opzioni binarie funzionavano in modo semplicissimo: scegli se il prezzo di un’azione, una valuta o un altro strumento salirà o scenderà entro un determinato periodo di tempo. Indovini e incassi un rendimento prefissato. Sbagli e perdi l’intera somma puntata.
Il prodotto veniva però presentato come trading. La parola scommessa, chissà perché, compariva molto meno spesso nei banner pubblicitari.
Per qualche anno il web si riempie di piattaforme che promettono di rendere accessibile a tutti il mondo della finanza: basta un click, scegli su o giù e aspetti di scoprire se sei Warren Buffett oppure quello che ha appena perso tutto in novanta secondi.
Il problema era strutturale. Non serviva essere particolarmente esperti di finanza per capire che il meccanismo assomigliava molto più a una scommessa a tempo che a un investimento. Un esito binario, una scadenza spesso brevissima e un margine costruito a favore dell’operatore.
Nel 2018 l’ESMA vieta la commercializzazione delle opzioni binarie ai clienti retail nell’Unione Europea. Il provvedimento sottolinea i rischi per gli investitori e la natura del prodotto, considerato per diversi aspetti assimilabile al gioco d’azzardo. Nel 2019 la CONSOB rende il divieto permanente in Italia.
E lì finisce la festa.
È difficile trovare una conclusione più perfetta: un prodotto venduto per anni con il linguaggio della finanza viene fermato proprio perché, tolto il vestito elegante, assomiglia troppo a una scommessa. Alla fine quello che non era riuscito a fare l’etica commerciale lo ha fatto un regolamento.
Alla fine, cosa resta?
Guardando queste tre storie viene da pensare che “finire” possa significare parecchie cose.
Il poker ha perso la televisione e il pubblico occasionale, ma è sopravvissuto perché sotto la moda c’era un gioco vero, una comunità e una competenza che richiede tempo per essere costruita. Non è detto che debba tornare a essere popolare come nel 2007 per continuare a esistere.
Il Totocalcio, al contrario, era sopravvissuto a generazioni intere ma non al cambiamento delle loro abitudini. Puoi modificare le regole quanto vuoi, ma è difficile ricreare artificialmente un rito che funzionava anche perché apparteneva a un preciso momento storico.
Le opzioni binarie non hanno avuto la stessa fortuna. Dietro la pubblicità e il linguaggio finanziario non c’era una tradizione da salvare né una disciplina capace di sopravvivere quando si spegnevano i banner. C’era soprattutto un prodotto costruito in modo tale da creare problemi sufficientemente seri da convincere i regolatori a intervenire.
Tre finali diversi, quindi. E forse è proprio qui la differenza tra una moda che passa, una tradizione che invecchia e una pessima idea che, una volta tanto, viene fermata prima di fare ancora più danni.
| Aspetto | Poker Texas Hold’em | Opzioni binarie | Totocalcio |
|---|---|---|---|
| Natura | Gioco di abilità con una componente di fortuna | Scommessa a tempo presentata come investimento | Concorso di pronostici sportivi |
| Periodo di massimo successo | Circa 2003-2010 | Circa 2013-2017 | Anni Ottanta e Novanta, con record nel 1993 |
| Situazione attuale | Circuito live ancora attivo, ma molto meno presente in televisione | Vietate ai clienti retail nell’UE dal 2018 e in modo permanente in Italia dal 2019 | Superato dal nuovo concorso introdotto nel 2019 dopo anni di forte calo della raccolta |
| Perché è finita, o perché no | La moda è passata, ma il gioco ha mantenuto una community e una base di giocatori | Il prodotto è stato bloccato dai regolatori per i rischi legati alla sua struttura | Liberalizzazione del mercato e cambiamento delle abitudini generazionali |