Gioco d’azzardo: consapevolezza e responsabilità


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Guest Belfahgor

Si deve intendere che cosa sia l'agire e così anche s'ha da intendere che cosa sia l'agire non-retto e bisogna intendere che cosa sia il non-agire. Estremamente ardua è la strada dell'agire.

Colui che vede nell'agire il non-agire e l'agire nel non-agire, quegli è saggio fra gli uomini, quegli è uno che ha realizzato l'unione e che ha portato del tutto a compimento l'opera sua.

(Baghavad Gita)

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la bibbia è il libro più idiota che abbia mai letto. inizia con la quiete, prosegue con l'azione e finisce nel bordello più totale, che manco il peggior film di Tarantino... eppure buona parte dell'um

Perfetta sintesi del nichilismo perfetto. Nietzsche non arrivò a tanto, Stirner si. Ciascuno vede per mondo per quello che è, e/o per quello che il mondo ha fatto di lui. Se uno si vede e si percep

Guest Belfahgor

- scusate, amici vicini e lontani - non vi pare che 1°; questa categoria sprofondi allo stesso livello dell'ultima bocciofila; 2°; che la stessa ipostasi culturale " non-violenza" evapori nei fumi dell'assoluta inconsistenza? Per la verità esiste una terza possibiltà; che falsifica ( almeno sotto certi rapporti) i punti 1 e 2: ossia, la possibilità che sia come categoria sociale che culturale, la "non-violenza" non sia ciò che si crede che essa sia.

per concludere l'annosa questione della non-violenza affermerei che questo è il centro del bersaglio.

praticare la non-violenza significa operare nell'ambito di una precisa scelta. indicando la violenza come "azione" atta a manifestare-imporre una propria idea-ideologia, per contrapposizione si può indicare la non violenza come "non-azione", vale a dire un metodo per agire ugualmente cercando di evitare eventuali condanne morali-sociali ed eventuali ritorsioni. in sintesi operare nell'universo "non-violento" significa adoperare una forma di violenza nei confronti dell'universo, senza applicare la violenza all'interno dell'universo stesso.

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Guest Belfahgor

e comunque la frase: "sono violento e non-violento" risulterebbe illogica. è un pò come dire "il nemico del mio nemico è mio amico" che ad un primo impatto sembra poter significare qualcosa, ma alla fine non significa proprio nulla, per il semplice fatto che è illogica.

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e comunque la frase: "sono violento e non-violento" risulterebbe illogica. è un pò come dire "il nemico del mio nemico è mio amico" che ad un primo impatto sembra poter significare qualcosa, ma alla fine non significa proprio nulla, per il semplice fatto che è illogica.

Concordo coi due precedenti post; su quest'ultimo esprimo delle riserve. "..il nemico del mio nemico è mio amico.." è un enunciato ambiguo e sotto certi aspetti paradossale, più che illogico. Se lo si esamina attentamente, gli si può far prendere l'aspetto di una scatola cinese. Dipende dall'angolo di visuale. Credo che Belfahgor abbia capito di che parlo. Come che sia, il discorso si dovrebbe concentrare, adesso, sull'impatto che enunciati della classe " io sono non violento" ( di cui abbiamo sviscerato a sufficienza la diabolica ambiguità - da una parte - e la contraddittorietà - dall'altra - ) hanno a livello della mente individuale e collettiva. Già ieri sera ho introdotto la questione del " double bind" ( doppio legame ) formulata da Bateson. Chi ci ha seguito fin qui ha certamente capito che non si tratta di fumisteria. Se la rappresentazione simbolica del mondo, infatti, è operata dal linguaggio, ed x induce y ad usare strutture linguistico/simboliche ambigue e/o contraddittorie, secondo voi che tipo di mondo viene rappresentato da y? E come può, in questi casi, una mente nella condizione di quella di y mantenere il rapporto di coerenza tra simbolo e mondo, senza sviluppare psicosi? Avete mai letto " 2001 " di Clarke, o visto l'omonimo film di Kubrik? Nel libro la questione cui accenno è espressa in modo molto più chiaro che nel film. Hal 9000 impazzisce perché, nella sua mente, un ordine contradditorio crea un conflitto di priorità. Ed ovunque c'è una mente vale lo stesso.

Come la solito si è fatto tardi. Mi pare che stiamo procedendo bene. Quando finiremo faremo una spaghettata.. :unsure:

Edited by Satori
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Guest Belfahgor

la frase "il nemico del mio nemico è mio amico" è illogica perché se il mio nemico è nemico del mio nemico allora è mio amico, quindi sono entrambi amici.

A è nemico di B

C è nemico di B

A è amico sia di C che di B

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Guest Belfahgor

Hal 9000 impazzisce perché, nella sua mente, un ordine contradditorio crea un conflitto di priorità. Ed ovunque c'è una mente vale lo stesso.

HAL è una metafora politica sull'impossibilità di governare senza l'utilizzo della menzogna. questo genera il suo conflitto e la sua regressione.

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Affinché tutti possano avere la possibilità di trarre qualche vantaggio da quanto segue ( sennò questo specifico punto rischia di trasformarsi in una gara di abilità nel pestare l’acqua nel mortaio), cercherò di esprimermi nella maniera più semplice e meno tecnica possibile. Se non ci riuscirò, siate clementi.

Belfhagor scrive” ..la frase "il nemico del mio nemico è mio amico" è illogica perché se il mio nemico è nemico del mio nemico allora è mio amico, quindi sono entrambi amici.

A è nemico di B

C è nemico di B

A è amico sia di C che di B.. “

Mi spiace, ma quello che Belfahgor afferma è errato.

Quanto messo sopra in grassetto in forma di ipotesi ( se il mio nemico..ecc..) – come esporrò appresso - non è, infatti, quello che esprime l’enunciato. Oltre a questo, il nemico del mio nemico potrebbe essere anch’egli mio nemico; ed in tal caso i confliggenti sarebbero tre, e l’enunciato diventerebbe: “ il nemico del mio nemico è anche mio nemico”. Ossia: 1°, Gianni è mio nemico; 2°, Gianni è nemico di un altro mio nemico che si chiama Oscar. Qui non c’è alcun amico.

Tornando a quanto asserito da Belfahgor, la frase “ il nemico del mio nemico è mio amico", che da ora chiameremo X, non afferma ( cosa che fa Blefahgor ) che “ il mio nemico è nemico del mio nemico ", che chiameremo Y ; se affermasse questo l’osservazione di Belfahgor sarebbe ineccepibile; e la frase risulterebbe, come egli asserisce, auto-contraddittoria. Ma non è quello afferma X. La frase X, infatti, ossia “ il nemico del mio nemico è mio amico" esplicita un’alleanza –amicizia con chiunque abbia con qualcuno un nemico comune. L’enunciato X diventa contradditorio solo se lo si trasforma nell’enunciato Y; facendo diventare nemico l’amico. Come spiegherò dettagliatamente appresso , e come avevo già detto nel mio ultimo post, X è un enunciato ambiguo, ma per nulla contraddittorio.

Ora, mettiamola così:

X esprime questo: per ogni x ( x è chiunque sia definito dalla condizione P; la condizione P consiste nell’inimicizia verso z da parte di qualsiasi n) in presenza della condizione tra parentesi, vi è almeno una z; 1°; se anche z è definita dall’inimicizia verso y; 2°, se z non dichiara esplicitamente inimicizia per x.

Tradotto nel linguaggio di ogni giorno: ogniqualvolta Gianni (x) è nemico di Oscar (n), ed allo stesso tempo anche io sono nemico di Oscar, allora ne consegue che Gianni è mio amico ( di me che sono Ciccio (z) ); sempre che l’enunciato non dichiari esplicitamente che anche Gianni è mio nemico ( e X non lo fa ).

Ricapitolando e concludendo: ” Gianni è amico di Ciccio ( per via dello stato di inimicizia di Gianni con Oscar )” è la condizione necessaria, ma non ancora sufficiente, di questa amicizia. Ciò che perfeziona e rende coerente e consistente dal punto di vista logico lo stato di amicizia x-z, risponde ad una precisa condizione: che n sia nemico pure di z; e che non ci sia esplicita dichiarazione di inimicizia tra x e z . E questa è la condizione sufficiente. Quanto precede mi pare evidente e, fino a prova contraria, inconfutabile.

Ieri ho affermato, però, che un enunciato come “ il nemico del mio nemico è mio amico “, è ambiguo; qui - malgrado, ma anzi proprio per, quello che ho appena scritto su – lo confermo. Infatti, così formulato è un enunciato ellittico ( ossia, eccessivamente sintetico ) ed inoltre è carente in ciò che in logica viene definito “ ruolo del contesto “. Ciò che manca –ossia l’ellissi – è la specificazione esplicita della quantità di inimicizia che passa tra ”x-z” ed ”n”. La quantificazione di questo valore è indispensabile per la implementazione del processo in termini matematici. Gli ambiti di competenza di simili questioni sono la teoria dei giochi e la logica fuzzy. Fermo restando che per un “gioco” a tre partecipanti può essere sufficiente carta e penna. Per altri, della forma " I nemici dei nostri nemici sono nostri amici " occorre lo strumento matematico.

Le alleanze strategiche di due o più parti legate da “matrimoni di interesse” verso un comune nemico ( foedus erga aliquem ) sono antiche quanto il mondo; ed altrettanto fragili. A renderle fragili è, precisamente, l’instabilità delle variabili che quantificano il peso delle inimicizie. Al cambiare di questi valori, cambiano i soggetti classificati come amico o nemico. Il rovesciamento delle alleanze sta lì a dimostrarlo. Esistono notoriamente, presso ogni ministero della Difesa di qualunque stato, delle sezioni di studi strategici; ed all’interno di queste, delle unità che si occupano specificatamente di prospettare gli scenari delle possibili alleanze generate dal gioco delle variabili.

Mi sono dilungato perché mi sarebbe parso poco corretto non analizzare un problema in ogni dettaglio. Per farlo, mi son dovuto allontanare dall’argomento qui in discussione. Inoltre, so che probabilmente sono risultato noioso; ma, per trattare adeguatamente certe cose, è un rischio che bisogna accettare di correre. Oltre a quello che ho scritto, su X – sia che sono stato capace di convincere, sia che non – non credo avrò altro da aggiungere. Anche perché non saprei cosa aggiungere. Per cui, già dal prossimo intervento tornerò al tema principale.

Poi Belfahgor, citandomi, scrive:

Hal 9000 impazzisce perché, nella sua mente, un ordine contradditorio crea un conflitto di priorità. Ed ovunque c'è una mente vale lo stesso. ( Satori)

" HAL è una metafora politica sull'impossibilità di governare senza l'utilizzo della menzogna. questo genera il suo conflitto e la sua regressione”. (Belfahgor )

Questo che dice Belfahgor è, secondo me, corretto e condivisibile solo sotto certi specifici rapporti; insomma, potremmo dire che in generale è come Belfahgor scrive. Ma “in generale” non vuol dire “ per ogni caso possibile” e “per principio”. Questo, tuttavia, anche se inerente al tema centrale, è però un discorso accessorio a quello che qui stiamo cercando di circoscrivere.

In ogni caso il livello di descrizione utilizzato da Belfhagor è più “alto” ( uso questo termine in senso informatico, con riferimento ai vari livelli di programmazione) del mio. La stessa cosa-processo si potrebbe descrivere presso una molteplicità di livelli diversi.

p.s.

( Se vi siete sorbiti questo post, amiche ed amici, siate davvero tosti… oppure avete molto peccato..) :angelo:

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abbiamo molto peccato,sono un peccatore professionista ( con diversi master all'attivo ) convivo cordialmente con i miei limiti mentali e fisici, sicuramente camperò sino a 120 anni, gli ultimi 15 con un leggero stato di rincoglionimento il che potrebbe anche essere accettabile.

felicità

ps è sempre un piacere leggerti

Edited by emgus
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Guest Belfahgor

nella frase "il nemico del mio nemico è mio amico" è implicito che "il nemico del mio nemico" sia inteso per "tutti quelli che sono nemici del mio nemico" e non "quel nemico del mio nemico". non essendo fatta alcuna specificazione, si dà per assunto che N...(il nemico del mio nemico) indichi una specie e non un soggetto specifico. sarebbe più corretto dire "i nemici del mio nemico sono miei amici" ma è evidente che la frase indica uno stato generico, non particolarizzato. se l'enunciato volesse esprimere un fatto reale sarebbe "il nemico del mio nemico è mio amico!" sottolineando (con il punto esclamativo) una certezza, un dato di fatto.

ma tra tutti i nemici del mio nemico potrebbe anche esserci un mio nemico e questo renderebbe la frase nulla, non potendo avere l'enunciato un valore universale.

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Guest Belfahgor

poniamo la frase in forma di dialogo:

Teo (parlando a Ciccio): "Oscar è nemico di Gianni"

Ciccio (risponde a Teo): "Oscar è mio amico"

questo potrebbe significare due cose:

1) Ciccio specifica a Teo che si tratta di un suo amico

2) Ciccio sostiene che Oscar, essendo nemico di Gianni, deve essere per forza suo amico.

quindi la frase può assumere 2 significati diversi, quindi nessuno.

ibis redibis, non moriens in bello.

ibis redibis non, moriens in bello.

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"Ibis redibis.." cosa si avvicina all'ambiguità dell'oracolo più dell'insieme degli atti normativi vigenti nel nostro paese? Sarebbe quasi naturale a questo punto riprendere un discorso iniziato diversi post fa.. ma non succederà. :D

Piuttosto vorrei esprimere il mio stupore nel vedere in questi giorni così ineccepibilmente (addirittura i grafici!) argomentato il tema violenza\non - violenza (il mio stupore deriva dal fatto che mai avrei immaginato la vostra intenzione di approfondire una questione che solo apparentemente -sia ben chiaro- si era presentata come una "questione di puntiglio". Se invece avessi da subito immaginato le vostre intenzioni, allora non ci sarebbe stato motivo di stupirmi del come la suddetta questione è stata affrontata)

Su questo punto non saprei cos'altro aggiungere, avete detto già tutto (bene) e anche più! Mi sono convinto, quasi con assoluta certezza, che sarebbe stato molto meglio se quel giorno avessi scritto "non sono un bruto (animalesco ed istintivo) per principio e non per natura.." e forse avremmo passato il weekend parlando di altro.. probabilmente di tautologia :D

Resta a quanto pare, uno spiraglio di dubbio sul come certe trappole mentali (indotte od spontanee) si traducano all'atto pratico, nelle nostre azioni: "Posso essere non-violento senza essere violento?" "se nessuno fosse violento, avrebbe senso che io sia non violento?" come non restare affascinati da queste frasi che ho letto tra le vostre righe.. d'accordo, ma alla fine io, assodato che non sono un bruto, quando esco per strada, come mi devo comportare?

Sulla logica del "nemico del mio amico" poi, non son affatto certo di aver seguito il tutto.. potevo capire se stavamo operando nel campo degli enunciati e delle negazioni matematiche ("più" per "meno" uguale "meno"), ma a voler essere pragmatici, io tra i miei amici annovero anche dei cani e dei gatti, cioè persone che quando s'incontrano volano insulti e vettovaglie e scintille! (quindi scegliendone uno di questi io posso affermare di esserne amico e di essere amico di un suo nemico), insomma non per forza nella vita reale nascono le alleanze.. nessuno di voi gioca a Risiko? :D

E dunque per rispondere alla necessità di definire le mie azioni, credo che un modo giusto (ed anche su questa parola si potrebbe spalancare un universo..) potrebbe essere questo: "io non nego la violenza, ma la uso solo nella misura in cui.." e cioè (strizzando l'occhio al III principio), che ogni qual volta qualcuno tenterà di rivolgere contro di me un atto di violenza, la mia risposta sarà uguale e contraria alla sua; uguale perché il mio intento sarà quello di riversargli addosso il suo stesso veleno, non sarà necessario aggiungere altro per predisporre un provvedimento adeguato all'offesa. Contraria, perché è un cerchio che si chiude..

Adesso magari qualcuno potrebbe dire che siamo di nuovo lontani e di parecchio rispetto all'atto pratico, eppure eppure..

Ps:

Giovani come J-J ....

Satori sei stato fin troppo buono, sono io che ringrazio te.

:angelo:

Edited by jackjoliet
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mitico... :ciao:

comunque il fatto che HAL (IBM) è una metafora politica non è farina del mio sacco... 2001 (film stupendo) è a tutti gli effetti una metafora politica (e non solo...)

( Nulla è farina del nostro sacco; salvo che per quei rari momenti nei quali le Muse, o Apollo o Minerva, non si degnano di dischiuderci i Cancelli della Conoscenza e della Bellezza. In quei momenti, noi siamo ricettacolo dell'Atto Divino per eccellenza; che consiste nella Creazione. Al di qua o al di sotto di questo, siamo tutti dei terminali di quella ciclopica biblioteca che ha messo su questa nostra strana specie. Ci sono terminali più veloci di altri - questo è ovvio - ed altri capaci di muoversi meglio di altri tra i vari livelli della comunicazione; anche questo è ovvio. Ma il sapere; la capacità di vedere la bellezza; la struggente volontà di "fare la cosa giusta", di accarezzare un passerotto, non appartengono a nessuno. Sono come il grande mare ed il grande cielo...)

Venendo alla metafora politica, ho già riconosciuto che essa è certamente presente nel testo " 2001"; ma è molto più marcata nel libro di Clarke che nel film di Kubrik ( I cui capolavori, nella mia opinione, restano " Orizzonti di gloria" e "Shining" ). Tuttavia la mia lettura di "basso livello", ossia - metaforicamente - quasi a linguaggio macchina" del testo, è vicinissima all'intenzione dichiarata dallo stesso Arthur Clarke; almeno, relativamente, al ruolo di Hal.

Edited by Satori
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Satori e Belfahgor..... sono affascinata dalle vostre argomentazioni, leggere ciò che scrivete suscita godimento alla mia mente :ciao::app:B)

Grazie dell’apprezzamento, gentile amica; in effetti l’esercizio intellettuale procura una forma di godimento talmente suoi generis, da risultare impossibile da descrivere a chi tale esercizio non pratica.

Venendo a ciò che scrivo, mi sento obbligato quasi fisicamente a far riferimento al tra parentesi inserito nel post a Belfhagor; che qui ripropongo per questioni di omogeneità:

“ ( Nulla è farina del nostro sacco; salvo che per quei rari momenti nei quali le Muse, o Apollo o Minerva, non si degnano di dischiuderci i Cancelli della Conoscenza e della Bellezza. In quei momenti, noi siamo ricettacolo dell'Atto Divino per eccellenza; che consiste nella Creazione. Al di qua o al di sotto di questo, siamo tutti dei terminali di quella ciclopica biblioteca che ha messo su questa nostra strana specie. Ci sono terminali più veloci di altri - questo è ovvio - ed altri capaci di muoversi meglio di altri tra i vari livelli della comunicazione; anche questo è ovvio. Ma il sapere; la capacità di vedere la bellezza; la struggente volontà di "fare la cosa giusta", di accarezzare un passerotto, non appartengono a nessuno. Sono come il grande mare ed il grande cielo..)”

Per quanto mi riguarda, quelle righe chiedono a gran voce di essere completate dalle seguenti:

c'è qualcosa di mio in quanto scritto qui, in passato, o in quello che scriverò in qualsiasi futuro? Mi guardo dentro e vedo solo migliaia di libri divorati, film, immagini, musica, viaggi oltre le Colonne D’Ercole, il grande mare ed il grande cielo.. E questo che mi sta permettendo di scrivere; ma posso dirlo mio? La riposta è no. Siamo viaggiatori senza bagaglio; su una strada che si consuma al contatto dei nostri piedi; in vista di un orizzonte che - al passare degli anni - si va pietrificando impossibile davanti a noi, come una parete insormontabile ed inesorabile, maestosa e quasi terrificante. Come a ricordarci che siamo fatti di polvere..

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abbiamo molto peccato,sono un peccatore professionista ( con diversi master all'attivo ) convivo cordialmente con i miei limiti mentali e fisici, sicuramente camperò sino a 120 anni, gli ultimi 15 con un leggero stato di rincoglionimento il che potrebbe anche essere accettabile.

felicità

ps è sempre un piacere leggerti

Ciao Umberto,

se ti riferivi a me, ti rispondo in due tempi.

Primo tempo: da professionista a professionista nella discutibile disciplina della peccaminosità, mi sento di dirti che - mentre una volta mi sentivo ( molto presuntuosamente ) tra i più grandi peccatori di questi ultimi secoli, recentemente mi son dovuto rassegnare al fatto che il peccare è in se stesso un fatto/processo talmente mediocre da non poter consentire eccellenza alcuna. E' stato un colpo: come peccatore mi sentivo di giganteggiare; ritrovarsi e vedersi come un comune pincopallino è stato un durissimo colpo a ciò che oggi si usa chiamare la mia " immagggine " ( che io scrivo con tre g come gggiovani ). Spero che tu sappia gestire la crisi meglio di me.

Secondo tempo: siccome mi sei amico, non posso augurarti di sopravvivere ai tuoi giorni ( cosa che sarebbe, ne sono certo, la più terrificante delle disgrazie ); ti auguro, però, di vivere questo tuo tempo centrato nell'unica realtà che spalanca il cuore: il momento presente.

:ciao:

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Per J-J,

è stato un piacere risentirti.

Mi scrivi: " io non nego la violenza, ma la uso solo nella misura in cui..";

da quello che scrivi non si capisce bene se ciò che non neghi è l'esistenza ( generica) della violenza, oppure la possibilità di ricorrervi - da parte tua - in funzione delle circostanze. Mi par di capire che ti riferissi alla seconda interpretazione; giacchè la prima mi pare banale. Se è così, ti poni già fuori dalla chiesa della non-violenza; e mi pare già un risultato considerevole. Tuttavia ( che è una congiunzione avversativa; e come tale non promette nulla di buono... :ciao: ), seppure lo scrivente qualche scazzottata la serbi in archivio, non può trovarsi d'accordo con te; e senza che questo generi contraddizioni. Tornando alla prima persona, voglio dire che la violenza - che è un tipo di condotta di esclusivo appannaggio delle premiata specie homo sapiens-sapiens ( ? ) - non può mai essere giustificata; nè in linea di principio, né come opzione pragmatica. La pratica delle violenza è subumana, senza passare per ( e lordare ) la purezza del mondo animale. Il punto è che l'assenza di violenza non è la non-violenza; che è il suo contrario, e come tale è legata al primo termine in un indistruttibile rapporto dialettico e pragmatico. Questo, credo, molti stiano cominciado ad intuirlo, e qualcuno magari lo avrà già capito a tutto tondo.

Se nel frattempo non saranno aggiunte considerazione da parte di amiche ed amici, partirò da questo punto nel prossimo intervento.

-----------------

Approfitto per informare Belfahgor, e tutti coloro che hanno seguito il dibattito su " Il nemico... ecc..." che mi pare che Belfahgor ( stesso) ed io abbiamo esposto ed articolato a sufficienza le nostre posizioni; e che ciascuno è stato messo in condizione di farsi una idea precisa. Francamente, non nego di aver avvertito il prurito di commentare gli ultimissimi post di Belfahgor, ma credo sia tempo di procedere col tema centrale.

Cose buone a tutti. B)

Satori e Belfahgor..... sono affascinata dalle vostre argomentazioni, leggere ciò che scrivete suscita godimento alla mia mente B)B):app:

Grazie dell’apprezzamento, gentile amica; in effetti l’esercizio intellettuale procura una forma di godimento talmente sui generis, da risultare impossibile da descrivere a chi tale esercizio non pratica.

Venendo a ciò che scrivo, mi sento obbligato quasi fisicamente a far riferimento al tra parentesi inserito nel post a Belfhagor; che qui ripropongo per questioni di omogeneità:

“ ( Nulla è farina del nostro sacco; salvo che per quei rari momenti nei quali le Muse, o Apollo o Minerva, non si degnano di dischiuderci i Cancelli della Conoscenza e della Bellezza. In quei momenti, noi siamo ricettacolo dell'Atto Divino per eccellenza; che consiste nella Creazione. Al di qua o al di sotto di questo, siamo tutti dei terminali di quella ciclopica biblioteca che ha messo su questa nostra strana specie. Ci sono terminali più veloci di altri - questo è ovvio - ed altri capaci di muoversi meglio di altri tra i vari livelli della comunicazione; anche questo è ovvio. Ma il sapere; la capacità di vedere la bellezza; la struggente volontà di "fare la cosa giusta", di accarezzare un passerotto, non appartengono a nessuno. Sono come il grande mare ed il grande cielo..)”

Per quanto mi riguarda, quelle righe chiedono a gran voce di essere completate dalle seguenti:

c'è qualcosa di mio in quanto scritto qui, in passato, o in quello che scriverò in qualsiasi futuro? Mi guardo dentro e vedo solo migliaia di libri divorati, film, immagini, musica, viaggi oltre le Colonne D’Ercole, il grande mare ed il grande cielo.. E questo che mi sta permettendo di scrivere; ma posso dirlo mio? La riposta è no. Siamo viaggiatori senza bagaglio; su una strada che si consuma al contatto dei nostri piedi; in vista di un orizzonte che - al passare degli anni - si va pietrificando impossibile davanti a noi, come una parete insormontabile ed inesorabile, maestosa e quasi terrificante. Come a ricordarci che siamo fatti di polvere..

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Ho fatto un pasticcio!

Mi sono accorto che nella risposta a Ilwhite mi è scappato un refuso; ho scritto " suoi generis" ( che fa sbellicare dalle risate ) invece che " sui generis " ( che non fa né ridere, né piangere ). Ebbene nel tentativo di modificare il post, e correggere l'errore, l'ho "doppiato" in coda al post per J-J. Imploro Gastardo di rimediare.. :ciao: . Imperituro sarà il mio debito di riconoscenza.

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Guest Belfahgor

"Per quanto mi riguarda, quelle righe chiedono a gran voce di essere completate dalle seguenti:

c'è qualcosa di mio in quanto scritto qui, in passato, o in quello che scriverò in qualsiasi futuro? Mi guardo dentro e vedo solo migliaia di libri divorati, film, immagini, musica, viaggi oltre le Colonne D’Ercole, il grande mare ed il grande cielo.. E questo che mi sta permettendo di scrivere; ma posso dirlo mio? La riposta è no. Siamo viaggiatori senza bagaglio; su una strada che si consuma al contatto dei nostri piedi; in vista di un orizzonte che - al passare degli anni - si va pietrificando impossibile davanti a noi, come una parete insormontabile ed inesorabile, maestosa e quasi terrificante. Come a ricordarci che siamo fatti di polvere.."

bellissime parole... :ciao:

siamo noi il bagaglio.

tutto ciò che ci portiamo appresso: le nostre ansie, le nostre paure, le nostre certezze ed incertezze, la nostra rabbia, la nostra compassione, la nostra violenza e la nostra pace, il nostro amore ed i nostri rancori... tutto ciò che ci impedisce di essere parte del paesaggio e ci condanna a vivere contemplando o disprezzando, inseguendo i nostri stessi passi, sino alla prossima fermata.

Edited by Belfahgor
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Guest Belfahgor

"Mi fu detto: ragiona con il cuore;

Ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida.

Mi fu detto: ragiona con il polso;

Ma, quando affretta, àltero il passo delle azioni"

parto da questo sublime passo della poesia di Dylan per aggiungere un piccolo tassello al nostro mosaico iniziale.

-ragionare con il cuore

-ragionare con la testa

-ragionare con il polso

supponiamo di dividere ora il nostro universo in 3 categoria distinte:

1-chi si affida solo ai propri sentimenti

2-chi si affida solo alla propria mente

3-chi si affida solo al proprio istinto

abbiamo appurato che la sfera dei non-violenti può includere qualsiasi tipologia di persone (i violenti e quelli che non lo sono).

curiosamente vediamo ora come la violenza sia un fattore che può includere tutte e tre le categorie.

-un cuore colmo di rabbia può portare verso la violenza

-la mente può portare, per conseguire un obiettivo, ad un comportamento violento

-l'istinto può sfociare nella violenza

questo ci porta a pensare che non esista una categoria che esclude a priori l'uso della violenza, quindi che la violenza faccia comunque parte della natura umana.

ma se la violenza fa parte della natura umana, può un uomo rifiutare la violenza (quindi la propria natura umana)? a quel punto l'individuo, per aberrare in sè la violenza, andrebbe contro la propria natura, facendosi violenza da solo.

ma al di là del discorso già accantonato della definizione di non-violenza, la mia questione va oltre: potrebbe mai esistere un'umanità priva della violenza? se la violenza è parte dell'essere umano si potrebbe definire umano un essere privo di tale fattore?

e qui torniamo alle trappole del linguaggio...

i termini "umano" e "umanità" spesso sono usati per definire qualcosa di positivo, di buono, in contrapposizione ai termini "bruto" e "selvaggio", che indicano una natura di origine animale. ma, si sa, gli animali non conoscono il significato della violenza. loro agiscono per fame, per difesa, per istinto. non esiste la cattiveria nella loro natura. è solo e semplicemente natura.

il fatto stesso di definire l'homo sapiens come "essere umano" per distinguerlo dal resto del mondo animale è la madre di tutte le forzature linguistiche ed è atta ad un unico scopo: giustificare a prescindere il suo comportamento.

un essere umano che uccide un altro essere umano non è aberrante, non è mostruoso... è solo naturale.

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Quasi tutte le domande di Belfahgor sono ben poste; il che soddisfa la condizione minima per un discutere che non si avvinghi su se stesso. Ora è già oltre la mezzanotte, e quindi devo essere molto sintetico.

Credo di avere risposta ad ogni domanda posta da Belfahgor; ma non a tutte quelle che si potrebbero sensatamente aggiungere. Nessuna delle risposte che - se ne avrò il tempo - potrò dare ( come ho scritto nel mio penultimo post ) sono - ed ho spiegato perché non possono essere - tesori della mia cassaforte; la mia cassaforte è vuota. Per cominciare, la risposta più radicale di tutte è stata fornita, articolata, ed il suo contenuto, in un certo senso, provato, dalla Dottrina Buddista. Non conosco null'altro che possa andare oltre la radicalità, la completezza, e la chiarezza di questa. Con riferimento - proprio particolarissimo - alle strategie di " transustanziazione" della violenza, in area occidentale, non ho trovato niente di più profondo di un'opera letteraria quasi sconosciuta, di un autore più noto di questa sua opera ( e che, personalmente, reputo una tra le più elevate menti del secolo scorso ) Aldous Huxley; che fu saggista straordinario, e romanziere capace di trasformare l'inchiostro in magia. L'opera a cui mi riferisco è " L'isola ". Assicuro che si tratta di lettura che coinvolge mente, cuore e istinto. E che dà ebbrezze che l'alcool, poverino, neppure avvicina.

Domani penserò a come approntare un piano di chiusura di questa discussione; così che non si perda in mille rivoli.

Come sempre, invito chi ci segue ad intervenire; fosse anche solo per suggerirmi delle soluzioni.

Non posso esimermi da un commento lampo a questo:

" un essere umano che uccide un altro essere umano non è aberrante, non è mostruoso... è solo naturale."

Dipende, ovviamente, da cosa si intende per "natura"; ma questo rischia di cacciarci in un ginepraio al confronto del quale la questione del nemico del mio nemico fila dritto come il campione di metro conservato a Parigi. In sintesi, l'uomo uccide l'uomo nella rigorosa misura in cui è fiera. Per cui le sole domande sensate sono: 1°, l'uomo è solo fiera? 2°, Qualora non sia solo fiera, esiste un modo per estinguere, nell'uomo stesso, la componente ferina?

Credo che queste domande troveranno quasi automaticamente risposta una volta che sarà trattato e chiarito con metodo e rigore il significato del termine qui centrale: violenza. ( Notato che ne abbiamo parlato come se fosse scontato che il significato sia chiaro e condiviso? Errore! Quel significato non è né scontato, né condiviso ).

Buone notte. :ciao:

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Guest Belfahgor

l'uomo uccide l'uomo nella rigorosa misura in cui è fiera.

consentimi di dissentire da questa affermazione.

io sono un cacciatore. non mi sono mai cibato delle mie prede. uccido per il solo gusto di farlo. nessuna fiera presente in natura si comporterebbe così.

non ho mai cacciato un essere umano, per il solo fatto che la legge non lo consente. non è una questione di etica, di morale o di coscienza. solo di legalità. le nostre regole ci impongono equità, uguaglianza, rispetto. ma solo per il fatto che siamo sullo stesso piano nella catena alimentare. una preda è una preda.

un cane arrabbiato assale, un uomo arrabbiato pure.

un cane affamato assale, un uomo affamato pure.

un cane impaurito fugge, un uomo impaurito uccide.

se l'uomo fosse fiera, nessun uomo ucciderebbe un altro uomo.

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l'uomo uccide l'uomo nella rigorosa misura in cui è fiera.

consentimi di dissentire da questa affermazione.

io sono un cacciatore. non mi sono mai cibato delle mie prede. uccido per il solo gusto di farlo. nessuna fiera presente in natura si comporterebbe così.

non ho mai cacciato un essere umano, per il solo fatto che la legge non lo consente. non è una questione di etica, di morale o di coscienza. solo di legalità. le nostre regole ci impongono equità, uguaglianza, rispetto. ma solo per il fatto che siamo sullo stesso piano nella catena alimentare. una preda è una preda.

un cane arrabbiato assale, un uomo arrabbiato pure.

un cane affamato assale, un uomo affamato pure.

un cane impaurito fugge, un uomo impaurito uccide.

se l'uomo fosse fiera, nessun uomo ucciderebbe un altro uomo.

Hai ragione. L’interpretazione strettamente letterale di quella mia frase giustifica Il tuo dissenso. E ti autorizza a cogliere una falla nel modo in cui ho esposto la mia argomentazione. In realtà – sempre nella lettura letterale - mi sarei contraddetto e colto in fallo da solo; giacché ero stato proprio io a scrivere, qualche post fa che l’uomo che si lascia travolgere dalla violenza non diventa bestia ( giacché il comportamento delle bestie è innocente ), ma scende nel subumano; senza lordare l’innocenza della bestia. Quindi, debbo qui specificare che, in questo contesto, l’uso del termine “fiera” come qualificativo di una condotta umana è da intendersi in senso figurato; ossia come la condizione di un essere che degrada se stesso “decorticandosi” di quegli attributi che lo rendono unico tra tutte le specie: la ratio, e quella capacità di regolare la propria condotta in vista di fini eventualmente non egoici, che si chiama etica. Quindi, l'essere " fiera" sta indicare una condizione di caduta rispetto allo stato unmano; che è qualificato da attributi che gli animali non umani non posseggono. Un po' come quando si dice di qualcuno che è ridotto ad un vegetale. Non c'è certo disprezzo per i vegetali; come prima non ve ne era per gli animali. Si usano queste locuzioni per marcare i differenti livelli di appartenenza. Le lattughe non scrivono Divine Commedie..

In questo senso - con queste premesse, che avevo dato forse frettolosamente per scontate – credo che il termine “fiera” possa essere utilizzato. Insomma, se le parti fossero invertite, e fossero gli animali ad essere dotati di ratio ed etica, e gli uomini non, all’atto dell’auto-degradazione di un animale, si potrebbe qualificare quell’animale “ umano”. Ma se la cosa non dovesse piacere, si potrebbe convenire di definire subumano l’uomo, nel primo caso; subanimale l’animale nel secondo. Una volta chiarito questo, è solo questione di trovare un accordo sui mezzi linguistici da adottare. Nel caso del riferimento all’uomo, dopo la precisazione appena fatta, io adotterei “fiera” e “subumano” come sinonimi; ma si accettano diverse candidature.

Edited by Satori
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Guest Belfahgor

l'uomo è semplicemente l'uomo. l'etica non fa parte della natura. è solo un'invenzione. non esistono nè lo stato subumano nè lo stato subanimale. due specie simili ma differenti, ma comunque due specie animali.

l'uomo può anche scrivere la divina commedia e poi uccidere i figli a bastonate. è sempre lui.

"to be or not to be

this I wonder"

in questa celebre frase palindroma si racchiude la sola differenza.

la consapevolezza.

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Guest
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